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Cristo-luce-del-mondo-abbraccio-di-pacedi INOS BIFFI

La sensibilità alla teologia come poesia apparve quando ormai da tempo mi ero inoltrato nel cammino teologico. Veramente già ai tempi del liceo il rettore Giovanni Colombo, col suo «cristocentrismo estetico e spirituale», mi aveva iniziato alla scoperta della figura di Cristo nella letteratura, o perché vi era espressamente presente, o perché se ne avvertiva l’assenza o se ne provava uno struggente desiderio. Ma la svolta venne dopo diversi anni di insegnamento, non senza lo stimolo di autori come Étienne Gilson specialmente con uno dei suoi capolavori, La théologie mystique di saint Bernard, e Jean Leclercq con la sua “teologia monastica” Che la Verità sia dotata di bellezza era la persuasione di sant’Agostino, che parlava di «splendore della verità», al quale faceva ripetuta eco Tommaso d’Aquino.
Questi parlava di «bellezza della verità», di «bellezza della grazia», di «bellezza di Dio»; di «luce della Verità prima». Ma la nuova visione che mi si venne creando era quella più precisamente di una figura della teologia, che avesse come principio ed espressione la modalità della poesia o il trascendentalepulchrum nella forma della poesia o del canto poetico. Di Étienne Gilson mi aveva particolarmente colpito questa osservazione: «L’Italia dà il meglio del suo pensiero nelle vaste teologie di un Tommaso d’Aquino o di un san Bonaventura, o, come nel capolavoro di Dante, essa innalza fino al genio il senso dell’ordine e dell’ordinamento architettonico delle idee: le cattedrali di pietra sono francesi, ma le cattedrali di idee sono italiane». È come dire che il mistero cristiano può essere indagato non solo dall’intelletto e quindi espresso concettualmente mediante le idee, dalla cui ordinata e logica connessione promana una “cattedrale” con una propria bellezza, ma anche può essere espresso dall’immagine che lo rappresenti e lo ritragga. In altri termini: il mistero cristiano, che è l’oggetto della teologia, può suscitare — anzi necessariamente suscita — non solo il “sap ere”, in cui viene pensato, ma anche l’effigie, che lo simboleggia e in certo modo lo rende visibile, e anche il verso poetico che lo esalta e lo canta. Una fidei canora confessio. La fides canora richiama sant’A m b ro g i o , il suo finissimo canto del dogma. Fu soprattutto grazie alla familiarità col vescovo di Milano e, in particolare, con i suoi inni, che ho avvertito la suggestione, per non dire la necessità, di una teologia nella forma estetica della poesia. Sant’A m b ro -gio, che aveva innati il gusto poetico e la sensibilità musicale, aveva cantato la presenza di Cristo e dei suoi misteri nelle ore del giorno e nel succedersi delle festività raggiungendo i vertici insuperati dell’innologia cristiana. Venne da qui l’impulso di dedicarmi al prolungato commento di quei carmi. Il commento agli Inni di sant’Ambrogio suscitò il desiderio di comprendere e di illustrare anche la poesia cristiana degli Inni sacri di un altro ambrosiano, Alessandro Manzoni, che, tornato alla fede, ugualmente aveva cantato le festività del Signore e dei suoi santi, facendo scaturire nella letteratura italiana la vena di una lirica nuova. Ma contemporaneamente mi si spalancava dinanzi tutta la bellezza della terza Cantica della Commedia di Dante, tutta la meraviglia del P a ra d i s o , che fino ad allora m’era apparso piuttosto astratto e concettuale. Veramente, se a occuparmi era stato esclusivamente ilP a ra d i s o , tutti i canti del Poema sacro sono una sublime trasfigurazione poetica dell’intero mondo della fede, anzi della realtà creata universale, nell’arco di tutte le sue vicissitudini. La professione del teologo trova compimento e si consuma nell’estatica ed estasiata visione della «somma luce» (P a ra d i -so, XXXIII, 66): quando i «concetti mortali» sono oltrepassati (v. 67) e il «fine di tutt’i disii» (v. 46) è ormai raggiunto. La quarta parte è dedicata alla poesia liturgica di Paul Claudel. Il grande autore de L’annonce faite à Mariee de Le soulier de satin — che incominciai a gustare già negli anni liceali grazie al rettore Giovanni Colombo, che ben lo conosceva e ce lo commentava con impareggiabile finezza — rinnovò la sua ispirazione lirica e drammatica attingendo alle sorgenti della pietà ecclesiale. Egli seppe rendere genialmente in poesia i santi misteri che costellano l’anno sacro, suggestivamente definito come Corona benignitatis anni Dei, che è poi il titolo della prima raccolta di inni ispirati alle festività. alla quale si aggiungeranno Feuilles des Saints, Visages radieuxe altri componimenti sparsi.

© Osservatore Romano - 6 aprile 2014