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papa Francesco Santa MessaL’inviato papale conclude a Brno il congresso eucaristico

Bisogna imparare a «sperimentare» la messa. Ma come si fa? Ruota intorno a questo interrogativo la riflessione del cardinale Paul Josef Cordes, presidente emerito del Pontificio Consiglio Cor Unum, inviato speciale di Papa Francesco alla celebrazione conclusiva del primo congresso eucaristico nazionale della Repubblica Ceca, svoltosi nei giorni scorsi a Brno. A questo proposito, l’inviato speciale ha ricordato l’episodio del quale fu protagonista Giovanni Paolo II, nel 1981, durante una visita al Pontificio Collegio Germanico Ungarico di Roma. In quell’occasione, gli alunni «avevano sperimentato il raccoglimento e l’intensità emanati da quell’uomo durante la celebrazione della messa». Così, durante il successivo colloquio, qualcuno gli domandò: «Santo Padre, come celebra lei la messa nel suo cuore? ».
La risposta del Papa fu chiara ed essenziale: «È una domanda molto personale. Non è facile parlare dei misteri del cuore. Ma posso rispondere in modo semplice: vorrei dire che vivo la messa così come l’ho imparata a vivere un tempo come seminarista e come giovane sacerdote». Papa Wojtyła sottolineò poi il termine utilizzato: «Si può dire “imparato”, anche se la parola è insufficiente. Ma bisogna fare apprendistato. E bisogna imparare a sperimentare la messa. Una volta acquisita una cosa, poi la si continua a fare, giorno dopo giorno. Forse è sufficiente dire questo». Si può effettivamente «sperimentare » la messa attraverso la semplice presenza nella chiesa, o nell’impaziente attesa dietro l’ultima colonna dell’edificio, oppure ancora sul podio dove c’è l’organo, chiacchierando con i vicini? Sono solo alcuni spunti che il porporato ha usato per scuotere le coscienze e invitarle a ripensare l’atteggiamento con cui si partecipa alla celebrazione eucaristica. Sicuramente, ha detto, occorre «una guida pastorale verso la dimensione spirituale dell’Eucaristia ». Infatti, pastori e laici devono trovare occasioni «per orientare gli occhi della fede delle comunità verso l’evento di grazia al quale ci conduce l’Eucaristia». Questa è una cosa che «può essere affrontata in modo mirato nel lavoro parrocchiale». D’altronde, ha confidato il porporato ricordando gli anni trascorsi nel Pontificio Consiglio per i laici, i nuovi movimenti ecclesiali si sono «dimostrati validi in tal senso; per molti cattolici sono diventati una scuola di fede liturgica». Da qui la necessità di «imparare a vivere la messa». In questa prospettiva, si può «forse partire dall’acuire il proprio senso liturgico. Grandi pensatori vi hanno riflettuto a lungo». Recentemente, ha ricordato il cardinale Cordes, Benedetto XVI ha pubblicato uno studio dettagliato sullo “spirito della liturgia”. «Egli — ha detto — vi approfondisce lo svolgimento della messa e offre spunti ai celebranti. I gesti previsti non devono essere compiuti meccanicamente e quindi rimanere vuoti. Devono essere riempiti con riflessioni e sensazioni». Occorre, cioè, riscoprire il valore simbolico dei gesti che si compiono durante la messa, a cominciare dal segno della croce, alla genuflessione, allo stare in piedi o seduti. Joseph Ratzinger ha spiegato dettagliatamente il loro significato: farsi il segno di croce significa mettersi sotto la protezione di Dio, «per mezzo del quale invochiamo su di noi la morte e la risurrezione di Cristo». La genuflessione ci ricorda «l’abbandono totale di Gesù, che sul monte degli ulivi si getta a terra, ma anche la rivelazione segreta, dove le schiere giubilanti del cielo cadendo ai suoi piedi rendono onore all’Altissimo». Lo stare in piedi, poi, è un segno «della nostra disponibilità durante l’ascolto del Vangelo e in altri momenti importanti della liturgia ». Esso costituisce «la forma della preghiera pasquale»: infatti, Cristo non «è rimasto sdraiato nel sepolcro, ma da risorto ha incontrato, nella sua grandezza fisica, le donne e i discepoli ». Anche lo stare seduti, non è un momento per riposarsi, ma «per aprire l’orecchio interiore». Tutto quanto viene utilizzato per la celebrazione eucaristica «può elevare la nostra anima». Ciò vale per l’altare e le vesti del celebrante, gli apparati liturgici, il pane, il vino e l’incenso nelle occasioni particolari, la musica e la luce. Il cardinale ha poi ricordato la figura di Romano Guardini, il quale affermava che per il fedele in terra può già «iniziare una contemplazione» che «non annulla la fede, ma l’approfondisce e a suo tempo diventerà contemplazione piena». Guardini applicava alla messa «una parola con cui noi indichiamo la festa dell’“apparizione del Signore”. Si serve della parola “epifania” ». Difatti, egli considera la liturgia “epifanica”, poiché «i suoi segni diventano chiari in direzione delle cose celesti».

© Osservatore Romano - 25 ottobre 2015