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di Cristiana Dobner
Chiamare la morte fin da giovanissima può sembrare una sorte fatidica, una precoce intuizione negativa. In Antonia Pozzi, come sottolinea un esperto quale Eugenio Borgna parlando della categoria clinica e psicolopatologica di suicidalità cronica, bisogna considerare che "le sue radici possono essere quelle che nascono da una condizione depressiva e talora inarrestabili".
Se osservata dal di fuori, Antonia Pozzi nacque privilegiata: l'ambiente familiare apparteneva all'alta borghesia milanese, era figlia di un avvocato di grido e di una nobildonna, figlia unica vezzeggiata, frequentò le migliori scuole con i migliori risultati possibili, conobbe vacanze, viaggi, amicizie, il palco alla Scala. Eppure tutto questo si collocava sull'asse dell'avere. Antonia non ebbe nulla sull'asse dell'essere: "Mi sento in un destino". Dentro di lei premeva un mondo sconosciuto, ignoto e quando, qualche volta, si palesò con qualche debole scintilla, fu soffocato e quasi deriso con un'indelicatezza che la giovane ragazza si portò sempre dentro di sé come una ferita dolorosa.
Che cosa voleva Antonia? "Prendere tutto il dolore che ci spumeggia e ci romba nell'anima e di placarlo, di trasfigurarlo nella suprema calma dell'arte, così come sfociano i fiumi nella vastità celeste del mare".
Dove lo collocava? "Niente era vero ed eterno come la vita della mia anima". Come viveva? Creando: "La poesia è una catarsi del dolore". Ancora più in fondo, in quel segreto della persona con se stessa, vibrava un'altra tensione: "La mia personalità vorrebbe sgorgare per donarsi". E non le riuscì di sgorgare. Mai. Ogni tanto qualche fiotto emerse, ma fu presto assorbito e seccato dalla dura realtà con cui si scontrava o con cui riteneva di scontrarsi.
Chi ha potuto visitare lo studiolo di Antonia nella dimora paterna a Pasturo di Valsassina, ne riporta un'impressione vivida, sulla porta è stata lasciata la targhetta metallica acquistata da Antonia in Inghilterra con inciso il suo nome e un orsetto di ottone. Un luogo di solitudine, piccolo e con scala d'accesso propria, per distaccarsi dalla vita della famiglia che si svolgeva nei diversi e vasti piani della casa.
Nel quotidiano una forza la sorreggeva: "Perché non per astratto ragionamento, ma per un'esperienza che brucia attraverso tutta la mia vita, per un'adesione innata, irrevocabile, del più profondo essere, io credo alla poesia. E vivo della poesia come le vene vivono del sangue". Questa la sua risorsa inesausta che insieme placava e riapriva le sue ferite.
La poesia affondava le sue radici nell'anima e, di quando in quando, uno sprazzo luminoso l'attraversava. Questa apertura di speranza era solcata da un interrogativo che non conobbe risposta Dov'era Dio? O, se la ebbe, non riuscì a plasmare la pace nell'animo inquieto e triste della poetessa: "Non avere un Dio / non avere una tomba / non avere nulla di fermo / ma solo cose vive che sfuggono / essere senza ieri / essere senza domani". La risposta è racchiusa in alcuni versi che avrebbero voluto espandersi in un amore concreto, tangibile che sempre le sfuggì: "Signore, tu lo senti / ch'io non ho voce più / per ridire / il tuo canto segreto. / Signore, tu lo vedi / ch'io non ho occhi più / per i tuoi cieli, per le nuvole tue / consolatrici".
Visse in uno strenuo tentativo di "donare alle cose una vita", ma perdendo la sua vita lentamente, a poco a poco, avvertendo i colpi dei suoi amori non corrisposti: "la mia vita è come un lago / scavato nella roccia". Antonia Pozzi chiuse così il suo percorso terreno, ingerendo barbiturici che non la uccisero. Ci pensò il freddo della gelida notte. Fu ritrovata al mattino, soccorsa inutilmente, trapassò il 3 dicembre 1938. Ora giace dove voleva, sotto la Grigna, in un tumulo ricoperto da fiori di montagna.



(©L'Osservatore Romano 2 dicembre 2012)