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 di Marco Beck 

Vent'anni fa, il 3 aprile 1990, moriva Mario Pomilio, narratore e saggista non solo di eccelso livello letterario ma anche di adamantina tempra morale. Era nato in Abruzzo, a Orsogna (Chieti), il 14 gennaio 1921. Dopo la laurea in lettere alla Normale di Pisa si trasferì a Napoli, sua città adottiva, per dedicarsi all'insegnamento. Lasciatasi alle spalle una giovanile militanza nel Partito Socialista, recuperò pienamente quei valori cattolici che aveva assorbito soprattutto dall'educazione materna e che avrebbero dato linfa alla sua cospicua vena creativa, a partire dal romanzo d'esordio, L'uccello nella cupola (1954), incentrato sulla crisi e sul riscatto di un giovane sacerdote. 
I successivi libri di narrativa preludono alla pubblicazione, nel 1975, di un autentico capolavoro coronato da un successo internazionale:  Il quinto evangelio, possente romanzo-saggio, sorta di sinfonia scandita in diciassette "movimenti", che abbraccia un ampio arco di storia della Chiesa dipanando il "filo rosso" della ricerca di un immaginario Vangelo dei Vangeli. 

 

A un livello qualitativamente non inferiore si collocano sia le fervide riflessioni sui rapporti tra fede e ragione, tra Scrittura e letteratura, consegnate agli Scritti cristiani (1979), sia l'ultimo, concentrato romanzo, quel Natale del 1833 (Premio Strega 1983) che anatomizza con chirurgica capillarità l'anima di Alessandro Manzoni straziata dalla sofferenza per la perdita della moglie. E nel confronto a viso aperto con il mistero del dolore individuale e universale, di Manzoni e di ciascuno di noi, consiste la lezione più alta lasciataci in eredità da Pomilio. 
Perché - si chiede - restano tracce scritte così esigue di un dolore così lancinante patito da Alessandro Manzoni per la prematura scomparsa dell'amata prima moglie, Enrichetta Blondel, morta proprio il giorno di Natale del 1833? Muovendo da questo interrogativo, Pomilio sviluppa un romanzo "misto di storia e d'invenzione". 
Con geniale strategia, il narratore affida la ricostruzione immaginaria, eppure attendibile, del travaglio di Manzoni a sua madre, Giulia Beccaria, nel contesto di una lunga lettera, naturalmente apocrifa, che l'anziana donna indirizza, con lucida sapienza del cuore, a una giovane amica inglese. 
Tutto, in quei mesi, ruota intorno a una ridda di quesiti metafisici:  Perché il dolore nel mondo se c'è Dio? Perché la disperante oscurità dei suoi disegni? È bestemmia affermare che la storia espia la redenzione? Chiedersi se il dolore innocente non riveli lo scacco di Dio? Dall'intima lotta tra la sottomissione e la protesta nasce il "primo getto" del Natale:  "Sì che tu sei terribile, / sì che tu sei pietoso". 
Incalzato da un'insopprimibile nostalgia di Dio, Manzoni concepisce una meditazione su Giobbe intesa a dimostrare che nell'incarnazione e nell'inaudita sofferenza della crocifissione il Dio assente si fa presente. Ma la morte della primogenita Giulietta, a distanza di pochi mesi da quella di Enrichetta, riacutizza lo strazio di Alessandro, che trasforma quel progetto da apologia di Dio a energico atto d'accusa. Anche il secondo Giobbe, però, rimane interrotto. Manzoni si rende conto di essersi spinto alle soglie della sfida sacrilega. Come il Giobbe biblico, si rassegna. 
A quel punto Manzoni sperimenta un'altra via d'uscita nella scrittura. Riesuma il manoscritto dell'Appendice storica su la Colonna infame, la documentata ricostruzione dell'abominevole processo, della tortura e della condanna a morte di Guglielmo Piazza e Giangiacomo Mora, presunti untori durante l'infuriare della peste del 1630 a Milano. Cerca affannosamente uno spiraglio che gli consenta di salvare un residuo di provvidenzialità, di progettualità divina all'interno di una vicenda così disumana. Ma finisce per arrendersi alla consapevolezza di non poter più leggere la storia sul quadrante della fede. E quindi non gli resta che interpretare quei fatti attenendosi a un rigoroso metodo "illuministico" che esclude il coinvolgimento di Dio nelle cose umane. 
Ma ecco il colpo d'ala finale, la stoccata inflitta all'ateismo di ogni epoca e Paese. Afferma il Manzoni di Pomilio:  "la storia delle vittime è di per sé la storia di Dio", perché "ogni qual volta un innocente è chiamato a soffrire, egli recita la Passione", anzi "è la Passione, nel senso che è il Signore stesso a crocifiggersi con lui". Un approdo concettuale di sapore quasi mistico, suggellato da un aforisma che si configura come un chiasmo:  "La croce di Dio ha voluto essere il dolore di ciascuno; e il dolore di ciascuno è la croce di Dio". 
Pomilio, dunque, all'apice della sua maturità, affronta di petto il tema religioso più scottante, più enigmatico e insolubile:  lo scandalo del dolore. 
Osa l'inosabile. Tenta, delegandola formalmente al suo Manzoni, l'impresa audacissima di travalicare l'assurdo - lui, figlio di un secolo che ha assistito al dilagare del Male assoluto, che ha sofferto l'inconcepibile "silenzio di Dio" sugli orrori delle guerre mondiali, dei genocidi, degli olocausti, della Shoah, dei lager e dei gulag - per sfociare, se non in un'impossibile chiarezza intellettuale, almeno nel pacificante abbandono al mistero. 
Assurdo e mistero, i due poli contrapposti teorizzati da Jean Guitton, l'alternativa secca da cui non si sfugge:  o l'assurdo del caso, del caos, del nulla; o il mistero di un Dio imperscrutabile per la mente dell'uomo ma "sensibile al cuore". Il mistero, scelto da Pascal, da Guitton e in definitiva anche da Manzoni e Pomilio, di un Dio che ama le sue creature in modi per essere spesso, troppo spesso illogici, indecifrabili. Accettabili solo con un atto di sgomenta obbedienza. 
Pomilio raggiunge così, a fianco di Manzoni, l'oasi dello spirito dove trova infine uno zampillo d'acqua pura a cui abbeverarsi:  l'acqua della speranza e della carità (intesa come agàpe), capace di placare in parte la sete di verità. 
Le stimmate inferte da una simile traversata, però, sono ancora sanguinanti. Derivano, quelle stimmate, da una sublime quanto perversa identificazione tra l'autore Pomilio e il personaggio Manzoni. Ce lo rivela una preziosa testimonianza di Ferruccio Parazzoli, apparsa nel dicembre 2009 sulla rivista "Feeria" della Comunità di San Leolino, alla quale si deve l'organizzazione di un illuminante convegno pomiliano. 
In una lettera scritta un mese dopo la pubblicazione del Natale del 1833, Pomilio confessò a Parazzoli di "vivere una tremenda tentazione di silenzio", così motivata:  "Non so se è per via del bagno manzoniano o per l'attrazione vertiginosa del mio "personaggio", non so se è per essermi addentrato tanto nel discorso religioso, l'esercizio letterario mi sembra diventato precario, fare romanzi, che sarebbe poi il mio mestiere, è come se non mi interessasse più. (...) In fondo Il Natale del 1833 mi si è rivelato un atto di autospoliazione (...) Non so proprio cosa debba accadere di me. E lo dico, vedi, senza vanità letteraria, anzi con profonda umiltà". 


(©L'Osservatore Romano - 26-27 luglio 2010)