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Sento ancora sulla pelle, penso come tutti, la sensazione fisica di trovarmi al cospetto di quella piazza enorme, buia, con questo Pontefice anziano, con problemi fisici evidenti, che sale quella scala sul sagrato per raggiungerne la vetta e poi sollevare l’ostensorio tremolante e implorare Dio, da solo a nome di tutti gli uomini. Perché tutti eravamo lì. Il Papa infatti ha intuito che l’unico modo perché tutti fossimo lì era che non ci fosse nessuno; c’era lui, una persona sola delegata a rappresentare tutti davanti a Dio, una persona sola a implorare l’Onnipotente al quale ha presentato il nostro limite. Un limite mai così esplicito come quella sera, mai così “fisicamente” manifestato. Sto parlando del limite fisico ma anche spirituale della nostra società, della nostra cultura, del nostro modo di vivere, quel limite era lì presente in quella scena fatta di solitudine, di implorazione, di guardare in alto il cielo buio, cercando qualcosa, Qualcuno. Quella scena includeva tutto il nostro essere, il nostro presente. E secondo me non si riferiva solo alla pandemia, penso che molti lo hanno percepito come me, e anche i più laici lo hanno percepito così: una sorta di ultima istanza, come non ci fosse più niente altro a cui appellarsi se non appunto qualcosa che ci trascende.
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