Questa mattina, dopo aver celebrato la Santa Messa in privato, il Santo Padre Francesco ha incontrato privatamente i Membri della Compagnia di Gesù presenti in Canada. Quindi, alle ore 10.30 (16.30 ora di Roma) il Papa ha incontrato una Delegazione di Indigeni presenti in Québec presso l’Arcivescovado.
Nel corso dell’incontro, Papa Francesco ha rivolto il Suo saluto alla Delegazione di Indigeni e al termine li ha salutati individualmente.
Al termine dell’incontro, dopo essersi congedato dal personale dell’Arcivescovado, si è trasferito in auto all’Aeroporto Internazionale di Québec da dove, alle ore 12.57 (18.57 ora di Roma) – a bordo di un A330/ ITA Airways – è partito alla volta di Iqaluit.
Pubblichiamo di seguito il saluto che il Papa ha rivolto alla Delegazione di Indigeni presenti in Québec:
Queridos hermanos y hermanas, ¡buenos días!
Los saludo cordialmente y les agradezco por haber venido hasta aquí desde diversos lugares. La inmensidad de esta tierra lleva a pensar en el largo camino de sanación y reconciliación que estamos afrontando juntos. En efecto, la frase que nos ha acompañado desde marzo, desde que los delegados indígenas me visitaron en Roma, y que caracteriza mi visita aquí entre ustedes, es Caminar Juntos: Walking Together / Marcher Ensemble.
He venido a Canadá como amigo para encontrarme con ustedes, para ver, escuchar, aprender, apreciar cómo viven los pueblos indígenas de este país. No vine como turista, he venido como hermano, a descubrir en primera persona los frutos, buenos y malos, producidos por los miembros de la familia católica local a lo largo de los años. He venido con espíritu penitencial, para expresarles el dolor que llevamos en el corazón como Iglesia por el mal que no pocos católicos les causaron apoyando políticas opresivas e injustas. He venido como peregrino, con mis limitadas posibilidades físicas, para dar nuevos pasos adelante con ustedes y para ustedes; para que se prosiga en la búsqueda de la verdad, para que se progrese en la promoción de caminos de sanación y reconciliación, para que se siga sembrando esperanza en las futuras generaciones de indígenas y no indígenas, que desean vivir juntos fraternalmente, en armonía.
Pero quisiera decirles, ya próximo a la conclusión de esta intensa peregrinación, que, si he venido animado por estos deseos, regreso a casa mucho más enriquecido, porque llevo en el corazón el tesoro incomparable hecho de personas y de pueblos que me han marcado; de rostros, sonrisas y palabras que permanecen en mi interior; de historias y lugares que no podré olvidar; de sonidos, colores y emociones que vibran fuerte en mí. Realmente puedo decir que, durante mi visita, fueron sus realidades, las realidades indígenas de esta tierra, las que visitaron mi alma; entraron en mí y siempre me acompañarán. Me atrevo a decir, si me lo permiten, que ahora, en cierto sentido, yo también me siento parte de vuestra familia, y me siento honrado. El recuerdo de la fiesta de santa Ana, vivida junto a varias generaciones y a tantas familias indígenas, permanecerá indeleble en mi corazón. En un mundo que lamentablemente es tan a menudo individualista, ¡qué valioso es ese sentido de familiaridad y de comunidad que es tan genuino entre ustedes! ¡Y qué importante es cultivar bien el vínculo entre los jóvenes y los ancianos, y custodiar una relación sana y armoniosa con toda la creación!
Queridos amigos, quisiera encomendar al Señor lo que hemos vivido en estos días y la continuación del camino que nos espera; y encomendarlos también al cuidado atento de quienes saben custodiar lo que es importante en la vida. Pienso en las mujeres, y en tres mujeres en particular. Ante todo, en santa Ana, de quien pude sentir su ternura y protección, venerándola junto a un pueblo de Dios que reconoce y honra a las abuelas. En segundo lugar pienso en la Santa Madre de Dios: ninguna criatura merece más que ella ser definida como peregrina, porque siempre, también hoy, también ahora, está en camino; en camino entre el cielo y la tierra, para cuidarnos por encargo de Dios y para llevarnos de la mano hacia su Hijo. Y, por último, mi oración y mi pensamiento en estos días han ido frecuentemente a una tercera mujer de presencia afable que nos ha acompañado, y cuyos restos se conservan no lejos de aquí. Me refiero a santa Catalina Tekakwitha. La veneramos por su vida santa, pero, ¿no podríamos pensar que su santidad de vida, caracterizada por una entrega ejemplar en la oración y el trabajo, así como por la capacidad de soportar con paciencia y dulzura tantas pruebas, también fue posible por ciertos rasgos nobles y virtuosos heredados de su comunidad y del ambiente indígena en el que creció?
Estas mujeres pueden ayudar a unir, a volver a tejer una reconciliación que garantice los derechos de los más vulnerables y sepa mirar la historia sin rencores ni olvidos. Dos de ellas, la Santísima Virgen María y santa Catalina, recibieron de Dios un proyecto de vida y, sin preguntar a ningún hombre, dijeron que “sí” con valentía. Estas mujeres podrían haber respondido mal a todos los que se oponían a ese proyecto, o bien permanecer sujetas a las normas patriarcales de su tiempo y resignarse, sin luchar por los sueños que Dios mismo había impreso en sus almas. Pero no tomaron esa decisión, sino que con mansedumbre y firmeza, con palabras proféticas y gestos resueltos se abrieron camino y cumplieron aquello a lo que habían sido llamadas. Que ellas bendigan nuestro camino común, que intercedan por nosotros, por esta gran obra de sanación y reconciliación tan agradable a Dios. Los bendigo de corazón. Y les pido, por favor, que sigan rezando por mí.
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Vi saluto cordialmente e vi ringrazio per essere venuti qui da diversi luoghi. La vastità di questa terra fa pensare alla lunghezza del percorso di guarigione e riconciliazione che stiamo affrontando insieme. In effetti, la frase che ci ha accompagnato da marzo, da quando i delegati indigeni mi hanno fatto visita a Roma, e che caratterizza la mia visita qui tra di voi, è Camminare Insieme: Walking Together / Marcher Ensemble.
Sono venuto in Canada come amico per incontrarvi, per vedere, ascoltare, imparare, e apprezzare come vivono le popolazioni indigene di questo Paese. Non sono venuto come turista, sono venuto come fratello, a scoprire in prima persona i frutti buoni e cattivi prodotti dai membri della famiglia cattolica locale nel corso degli anni. Sono venuto in spirito penitenziale, per esprimervi il dolore che portiamo nel cuore come Chiesa per il male che non pochi cattolici vi hanno arrecato appoggiando politiche oppressive e ingiuste nei vostri riguardi. Sono venuto come pellegrino, con le mie limitate possibilità fisiche, per muovere ulteriori passi in avanti con voi e per voi: perché si prosegua nella ricerca della verità, perché si progredisca nel promuovere percorsi di guarigione e di riconciliazione, perché si vada avanti a seminare speranza per le future generazioni di indigeni e di non indigeni, che desiderano vivere insieme fraternamente, in armonia.
Ma vorrei dirvi, ormai prossimo alla conclusione di questo intenso pellegrinaggio, che, se sono venuto animato da questi desideri, ritorno a casa molto più arricchito, perché porto nel cuore il tesoro impareggiabile fatto di persone e di popolazioni che mi hanno segnato; di volti, sorrisi e parole che rimangono dentro; di storie e luoghi che non potrò dimenticare; di suoni, colori ed emozioni che vibrano fortemente in me. Davvero posso dire che, mentre vi ho fatto visita, sono state le vostre realtà, le realtà indigene di questa terra, a visitare il mio animo: mi sono entrate dentro e mi accompagneranno sempre. Oso dire, se me lo permettete, che ora, in un certo senso, mi sento anch’io parte della vostra famiglia, e ne sono onorato. Il ricordo della festa di Sant’Anna, vissuta insieme a diverse generazioni e a tante famiglie indigene, rimarrà indelebile nel mio cuore. In un mondo purtroppo così spesso individualista, quanto è prezioso quel senso di familiarità e di comunità che presso di voi è tanto genuino! E quanto è importante coltivare bene il legame tra i giovani e gli anziani, e custodire un rapporto sano e armonioso con l’intero creato!
Cari amici, vorrei affidare al Signore quanto abbiamo vissuto in questi giorni e il prosieguo del cammino che ci attende; e affidarli anche alla cura premurosa di chi sa custodire ciò che nella vita conta: penso alle donne, e a tre donne in particolare. Anzitutto a Sant’Anna, di cui ho potuto avvertire la tenerezza e la protezione, venerandola insieme a un popolo di Dio che riconosce e onora le nonne. In secondo luogo penso alla Santa Madre di Dio: nessuna creatura merita più di lei di essere definita pellegrina, perché sempre, anche oggi, anche ora, è in cammino: in cammino tra Cielo e terra, per prendersi cura di noi per conto di Dio e per condurci per mano a suo Figlio. E infine, la mia preghiera e il mio pensiero sono andati spesso in questi giorni a una terza donna dalla presenza mite che ci ha accompagnati, e i cui resti sono conservati non lontano da qui: mi riferisco a santa Kateri Tekakwitha. La veneriamo per la sua vita santa, ma non potremmo pensare che la sua santità di vita, connotata da una dedizione esemplare nella preghiera e nel lavoro, nonché dalla capacità di sopportare con pazienza e dolcezza tante prove, sia stata resa possibile anche da certi tratti nobili e virtuosi ereditati dalla sua comunità e dall’ambiente indigeno in cui crebbe?
Queste donne possono aiutare a mettere insieme, a tornare a tessere una riconciliazione che garantisca i diritti dei più vulnerabili e sappia guardare la storia senza rancori né dimenticanze. Due di loro, la Santissima Vergine Maria e Santa Kateri, hanno ricevuto da Dio un progetto di vita e, senza domandare ad alcun uomo, hanno detto “sì” con coraggio. Queste donne avrebbero potuto rispondere male a tutti coloro che si opponevano a quel progetto, oppure rimanere soggette alle norme patriarcali del tempo e rassegnarsi, senza lottare per i sogni che Dio stesso aveva impresso nelle loro anime. Non fecero questa scelta, ma con mansuetudine e fermezza, con parole profetiche e gesti decisi si aprirono la strada e adempirono ciò a cui erano state chiamate. Che esse benedicano il nostro cammino comune, intercedano per noi, e per questa grande opera di guarigione e riconciliazione tanto gradita a Dio. Io vi benedico di cuore. E vi chiedo, per favore, di continuare a pregare per me.
Dear brothers and sisters, good day!
I offer all of you a warm greeting and I thank you for coming here from various places. The vastness of this land makes us think of the lengthy path of healing and reconciliation that we are facing together. Indeed, the phrase that has accompanied us since March, when the indigenous delegates came to visit me in Rome, and inspires my visit here among you, is Walking Together/Marcher Ensemble.
I have come to Canada as a friend in order to meet you and to see, hear, learn and appreciate how the indigenous populations of this country live. I have not come as a tourist. I have come as a brother, to discover firsthand the good and bad fruit borne by members of the local Catholic family in the course of the years. I have come in a spirit of penance, to express the pain that we carry in our hearts as Church for the wrong inflicted on you by not a few Catholics who supported oppressive and unjust policies in your regard. I have come as a pilgrim, despite my physical limitations, to take further steps forward with you and for you. I do this so that progress may be made in the search for truth, so that the processes of healing and reconciliation may continue, and so that seeds of hope can keep being sown for future generations – indigenous and non-indigenous alike – who desire to live together, in harmony, as brothers and sisters.
Now that I am nearing the end of this intense pilgrimage, I want to tell you that although I came with these desires, I am now returning home greatly enriched. I bear in my heart the incomparable treasure of all those individuals and peoples who have left a mark on me; the faces, smiles and messages that remain with me; the unforgettable stories and natural beauties; the sounds, colours and emotions that touched me deeply. I can truly say that, while I came to be with you, it was your life and experiences, the indigenous realities of these lands, that have touched me, remained with me, and will always be a part of me. I dare say, if you will allow me, that now, in a certain sense, I also feel a part of your family, and for this, I am honoured. The memory of our celebration of the feast of Saint Anne, with different generations and so many indigenous families, will always be impressed on my heart. In a world that, tragically, is often all too individualistic, how precious is your profoundly genuine sense of family and community. How important it is to cultivate properly the bond between young and old, and to maintain a healthy and harmonious relationship with all of creation!
Dear friends, I would like to entrust to the Lord all that we have experienced in these days, as well as our pursuit of the path that lies ahead. We also entrust all this to the loving care of those who best understand how to protect the most important things in life. I am thinking of women, and of three women in particular. First, Saint Anne, whose tenderness and protection I could sense as I venerated her, together with a people of God that respects and honours its grandmothers. Second, I think of the Holy Mother of God: no creature deserves to be called a pilgrim more than Mary, for she is always, even today, even at this moment, a pilgrim, treading the path between heaven and earth, in order to show us God’s care and to lead us by the hand to her Son. Finally, my thoughts and prayers in these days have focused on a third woman, whose quiet presence has accompanied us and whose remains are kept not far from here. I am thinking of Saint Kateri Tekakwitha. We venerate her for her holy life, but we can well imagine that her sanctity, marked by an exemplary devotion to prayer and work, and her ability to endure many trials with patience and meekness, were also made possible by certain noble and virtuous traits inherited from her community and the indigenous environment in which she grew up.
These women can help us to come together, and start to weave anew a reconciliation that can uphold the rights of the most vulnerable in our midst and look at history without resentment or forgetfulness. Two of them, Our Lady and Saint Kateri, received from God a plan for their lives, and, without asking any man, courageously said “yes” to it. Those two women could have responded irately to anyone who opposed that plan, or simply submitted to the patriarchal rules of the time and given up, without battling for the dreams that God himself had inspired in them. They chose not to do that, but instead, with meekness and determination, with prophetic words and decisive gestures, they blazed a trail and accomplished what they had been called to do. May they bless the journey we now share, and intercede for us and for this great work of healing and reconciliation that is so pleasing to God. I bless all of you from my heart. And I ask you, please, to continue to pray for me.
© http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino.html - 29 luglio 2022