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di INOS BIFFI

Giulio Salvadori nacque il 14 settem-bre 1862 a Monte San Savino, la graziosa città rinascimentale patria di GiulioIII. Nel 1875 passò ad abi-tare con la famiglia a Roma, dove — come scrive il suo antico e devoto discepolo all’Università Cattolica del Sacro Cuore, il cardinale Giovanni Colombo — «partecipò alla letteratu-ra militante, nella schiera più animo-sa e spregiudicata».
«Tralignò e si contaminò» e, infatti, «non fu il so-brio nella compagnia dei presi dal vino». Ma il Venerdì Santo del 1885 — aveva poco più di vent’anni — ad Ascoli Piceno, dove insegnava, ven-ne l’«ora della grazia», «tornò cri-stiano»; come egli dice dell’ap ostolo Tommaso dinanzi a Gesù risorto: «vide, conobbe, amò l’alto mistero» (Venne il Signore agli undici raccolti). In un suo frammento del tempo ascolano scrive: «Tutto un mondo muore, lentamente, dentro di noi; tutto un mondo anche piu lenta-mente, vi albeggia (...) Muore il giorno della paura: e sorge il giorno che non è possibile tramonti mai, dell’amore». Dopo quell’approdo a Dio fu pervaso, sono sue parole, da una «gioia profonda, quieta, di-vina». Ma torniamo ai suoi anni a Mon-te San Savino. Tra i ricordi che gli rimasero più vivamente impressi c’è quello del santuario della Madonna delle Vertighe, al quale dedicherà due tra le più belle delle sue poesie. La prima:A Santa Maria delle Verti-ghe, reca all’inizio la premessa: «Santa Maria è il nome sotto il quale da secoli è venerata un’imma-gine della vergine in una cappellina posta sul colle delle Vertighe, a Oriente di Monte San Savino in Val di Chiana». «Nel cuore del Salvadori — osser-va con finezza il cardinale Colombo nel suo commento — fin da fanciul-lo, era germinato il segreto desiderio di elevare un giorno all’umile regina il suo canto»: un canto che, dopo la sua rinascita spirituale, sente infatti nascere nel segreto del cuore, quan-do dice, volgendosi alla Vergine, «la casa tua su la collina / vedo romita e bianca fra i cipressi / come albergo di pace ai sensi oppressi». Egli, riandando al tempo dell’in-fanzia, si ritrova sulla salita verso il santuario, su «la via / Per cui mia madre un giorno a te venia / e noi bambini inseguivam farfalle; e tutta luminosa era la valle / al sol cadente / E la tua chiesa bianca ad orïente / offria pace al suo cuor gonfio di pianto: forse in quei giorni in cor mi nacque il canto / ch’oggi è parola». Salvadori trova consolazione nei «pensosi occhi soavi» di Maria, «so-la aurora di pace ai tempi gravi, / sola speranza». La seconda poesia a Santa Maria delle Vertighe, che riterrei la più liri-ca di Salvadori, ha come titolo Ri-c o rd o : «La musicalità dei versi — an-nota ancora Giovanni Colombo — è di una squisita limpidezza: ogni pa-rola pare che esali un aroma di pace che penetri gli intimi recessi del cuo-re». Giulio Salvadori e la sorella Francesca hanno fatto visita al san-tuario; sulla via del ritorno a Monte San Savino, nell’ora di un silenzioso tramonto, dove tutto sembra in ora-zione, sostano un poco, per ripren-dere fiato: «Ci fermammo a piè del-la salita / sotto un cipresso: al vento della sera / ondulavan le cime: era ogni vita / Nel gran silenzio quasi una preghiera. / Quando improvviso un tócco di campana / disse Ave, come chi piangendo spera. / Ave! ri-spose la preghiera umana», quella dei viandanti, Giulio e Francesca. Davanti al loro sguardo, a oriente, i due pellegrini vedono «bianca tra i cipressi, / la chiesa, della valle umil sovrana». È una visione che arreca una profonda pace «ai sensi op-p re s s i » . Essi, intanto, riprendono la strada verso ponente; ed ecco nel «puro al-bor crepuscolare ardente / la stella d’oro dell’amor tremava». Anch’essa, volta a oriente, diceva il suo: «Ave!» E, come d’incanto, il poeta si trova liberato dalle sue oscure e penose angosce e dai suoi opprimenti timo-ri: gli si profila dinanzi una vita nuova: «E l’anima dall’ombra che l’aggrava, / come da carcer doloroso uscita, / senza paure all’avvenir mi-rava / e sorrideva alla novella vita». Ossia la vita rinnovata sorta nell’ora della grazia e proseguita si-no alla fine. La vigilia della morte, avvenuta il 7 ottobre 1928, oltre t re n t ’anni dopo quel R i c o rd o , Salva-dori espresse su un pezzo di carta, l’anelito estremo alla liberazione: «Uscire di questo mondo d’o rg o g l i o , di violenza e di sopraffazione per cui non ha pregato il Signore». L’ul-tima notte fu trovato disteso sul pa-vimento, tutto ricoperto, e mormorò queste parole misteriose: «La presenza di Dio».

© Osservatore Romano - 15 settembre 2012