Hummes ha celebrato la messa nel protomonastero di Santa Chiara. Una celebrazione particolarmente importante - egli ha rilevato - perché avvenuta alla vigilia del giubileo per l'ottavo centenario di fondazione dell'ordine delle clarisse, che prenderà il via la domenica delle palme 2011 per concludersi con la festa di santa Chiara del 2012. E nell'omelia il porporato si è a lungo soffermato sulla figura della santa assisana - come pure su quella di san Francesco - per spiegare il senso della "radicalità" della scelta di vita cristiana. Quella vissuta da Chiara nel XIII secolo - ha detto - è "una sequela di Cristo che può scuotere ancora oggi la nostra società e provocarla, innanzitutto in ciò che l'affascina maggiormente, cioè la ricchezza materiale, il denaro, il lusso, il dominio e la superiorità sugli altri. Chiara, infatti, ha seguito instancabilmente la strada della totale povertà e della perfetta umiltà. Questa strada la ha imparata da Gesù, che, pur essendo Dio, si è fatto povero e servo di tutti, per la nostra salvezza".
Per Hummes, "il nucleo della sua scelta non è stato sostanzialmente altro che quello della scelta di Francesco, cioè seguire radicalmente il Gesù dei Vangeli, crocifisso, povero e umile. Fu così che Chiara scelse di vivere una radicale povertà, in fraternità. Chiara e Francesco hanno, per così dire, rivaleggiato nel vivere una povertà radicale, in fraternità: Francesco nella vita itinerante, senza nulla di proprio, con i suoi frati; Chiara con la sua fraternità, senza nulla di proprio, nel monastero delle "Povere Dame Recluse di San Damiano", poi chiamate povere Clarisse. Una tale povertà radicale è stata voluta da Francesco e da Chiara per i loro ordini. Che per tale povertà non solo i singoli religiosi, facendo il voto, nulla possedessero di proprio, ma neanche lo stesso ordine o monastero, nulla possedesse, costituiva una vera novità". Così quello che normalmente viene inteso come un limite o una disgrazia, per Chiara e per Francesco diventa addirittura un "privilegio". La Chiesa - ha proseguito il porporato - "osservava con preoccupazione questa "altissima povertà" di Chiara. Gregorio ix voleva attenuarla. Però, Chiara ha resistito con tutte le sue forze spirituali e chiese di viverla come un "privilegio". Il Papa Gregorio allora si lasciò convincere da quella donna ispirata, dolce e forte. La lotta, però, per la conferma definitiva di tale "privilegio" è durata tutti i quarant'anni di vita monacale di Chiara. Solo qualche giorno prima della sua morte, nel 1253, arrivò dal Papa Innocenzo iv la solenne bolla papale di conferma definitiva".
Per Chiara e Francesco, insomma, "la povertà era prima di tutto una forma radicale per amare e seguire Gesù, povero e umile, come presentato nei Vangeli. Una povertà che in Gesù rivelava anzitutto il grande mistero della kènosis, dell'umiliazione del Figlio di Dio nella sua incarnazione, passione e morte in croce".

Tuttavia - ha rilevato ancora il porporato - "agli occhi della nostra attuale società, che dà la priorità al denaro e al potere, una tale povertà potrebbe apparire come un limite e una disgrazia. Invece, in Chiara e Francesco, si è mostrata una via di libertà interiore, di adorazione a Dio e di servizio amorevole agli altri. Il non avere nessuna proprietà, ma solo l'uso delle cose, ci rende veramente liberi dalla ricerca sfrenata delle ricchezze materiali, spesso a danno degli altri, che non hanno neanche il necessario per vivere degnamente". D'altra parte - ha aggiunto - "la Chiesa riconosce il diritto alla proprietà privata, non come diritto assoluto, ma subordinato al bene comune, subordinato al principio della destinazione universale dei beni terrestri, ossia, sotto ipoteca sociale".
Chiara e Francesco, in ogni caso - ha concluso - "hanno rinunciato anche a qualsiasi diritto di proprietà, conservando solamente l'uso delle cose. Così, la loro povertà radicale diventa un segno profetico di un mondo più libero, giusto e fraterno. Ma è anche un atto di adorazione verso Dio, perché riconosce che tutto appartiene a Dio e non a noi. Dio ci offre i beni terreni. Questi sono un dono di Dio, destinati da Lui a essere utili per il sostentamento degno di tutti gli essere umani. Riconoscere Dio come il Signore di tutto il creato, è un atto di adorazione e diventa anche un atto di lode a Lui, quando, il non diventare proprietari, ci rende più capaci di contemplare Dio nel creato, senza l'avidità di chi vuole appropriarsene. Perciò, Francesco si sente anche fratello di tutto il creato e lo canta nel Cantico di Frate Sole. Al contempo, la povertà scelta e vissuta liberamente, alla luce di Dio, ci rende più disponibili nel condividere con i più poveri le cose che ci sono state date in dono. Ci rende vicini ai poveri e attivi nella lotta a favore della giustizia sociale e della condivisione equa dei beni terreni fra tutti i uomini e le nazioni".
(©L'Osservatore Romano - 12 agosto 2010)