Chi ricorda il Centenario della rivolta dei Cristeros (1926-2026). Lo ha fatto la rivista cattolica tradizionale, irlandese, Catholic Voice (27august- 9 September 2026, Issue 454) con un interessante e sintetico intervento di Padre Manuel Rodriguez, “When the altars fell silent: The Cristero Centenary and the courage of an unchanging faith“, ho tradotto il testo con il mio solito cellulare: “Quando gli altari tacquero: il Centenario Cristero e il coraggio di una fede immutabile”.
Cento anni dopo che gli altari del Messico furono spogliati e i suoi sacerdoti perseguitati, il grido dei martiri ci insegna ancora: che una Chiesa che non rinuncia a nulla della sua dottrina, è l’unica Chiesa per cui vale la pena morire e l’unica che perdura. Cento anni fa, il 14 giugno 1926, le campane delle chiese del Messico tacquero. Il presidente Plutarco Elias Calles, promulgò la legge che porta il suo nome, e una nazione che era cattolica si svegliò scoprendo che la sua fede era stata cancellata. Ai sacerdoti fu proibito di indossare la tonaca in strada. Il clero straniero fu espulso. Gli ordini religiosi furono sciolti e le scuole cattoliche chiuse e i sacerdoti furono obbligati a registrarsi presso gli uffici dello Stato come se fossero dei commercianti autorizzati. Ben presto il silenzio sovrasta ogni aspetto religioso. Ma da quel silenzio un popolo intero si sollevò al grido di “Viva Cristo Rey”.
Una guerra che nessuno voleva. Sia chiaro, la Chiesa non cercò questa lotta. Papa Pio XI, nella sua enciclica “Iniquis afflictisque” del novembre 1926, denunciò la persecuzione nei termini più gravi, eppure né lui, né i vescovi messicani consigliarono la ribellione. La gerarchia pensava che la pazienza e la preghiera potessero ammorbidire il regime. Non fu così, il governo Calles, scambiando la tolleranza per debolezza, non fece altro che intensificare la sua crudeltà, così in tutto il Messino, soprattutto i contadini, presero le armi in difesa della fede. Si chiamarono Cristeros, gli uomini di Cristo Re. La loro guerra durò tre sanguinosi anni. Migliaia di persone uccise. Una rivolta che diede alla Chiesa un gruppo di martiri, i cui nomi sono iscritti nel calendario dei santi messicani: San Cristobal Magallanes e 24 suoi compagni sacerdoti trucidati dai federali anticlericali e poi il giovane martire San Josè Sanches del Rio, torturato e fucilato a quattordici anni per essersi rifiutato di rinnegare il suo Re e soprattutto il beato Miguel Pro, il gesuita che svolse il suo ministero travestito da semplice cittadino per le strade della capitale, finchè non fu tradito. Morì di fronte al plotone d’esecuzione con le braccia aperte a forma di croce.
L’anatomia della persecuzione. Vale la pena chiedersi cosa volessero precisamente i persecutori. Non pretendevano, in sostanza, che i cattolici smettessero di credere. Pretendevano che la Chiesa si sottomettesse, che registrasse i suoi sacerdoti, limitasse il suo insegnamento, confinasse il suo culto al santuario e cessasse di parlare con autorità sulle questioni pubbliche dell’epoca. I rivoluzionari messicani erano eredi di una particolare convinzione moderna: che la religione possa essere tollerata, finchè è privata, innocua e obbediente allo spirito dei tempi. Non potevano tollerare che c’era una Chiesa che pretendeva di detenere una verità superiore allo Stato, e che non era soggetta a modifiche da parte di alcun potere umano. Ecco perché secondo padre Rodriguez gli eventi del 1926 in Messico sono attuali. Era inconcepibile per i massoni e anticlericali del 1926, ma anche per oggi, che la Chiesa insistesse che la dottrina che professa non è stata inventata e non può essere modificata. La Chiesa custodisce ciò che ha ricevuto. “Non può barattare la Presenza Reale con l’appaluso del mondo moderno, né barattare la legge morale con una vita più tranquilla, perché queste cose non le appartengono”. Per Calles questo fu intollerabile, come accade con il mondo di oggi.
La nostra persecuzione più silenziosa. Certo il parallelo col nostro tempo è forzato, nessuno ci sta perseguitando perché celebriamo la santa Messa, nessun plotone d’esecuzione ci attende. La nostra persecuzione, se così possiamo chiamarla, ha un volto più mite. Non arriva con il fucile, ma con ghigno dei commentatori, con la silenziosa esclusione del cattolico, del credente dall’opinione rispettabile. Arriva con leggi che premono sempre più forte sulla coscienza del medico cristiano, dell’insegnante cristiano, del genitore cristiano. Rodriguez fa riferimento all’Irlanda che da un Paese cattolico, sta passando in una sola generazione, da una vita che era ordinata attorno alla fede, ad uno che la classe dirigente considera la Fede un imbarazzo da gestire e, ove possibile, limitare. E questo vale per gli altri Paesi europei. Rodriguez accenna anche a una sottile polemica all’interno della chiesa stessa, ci sono tanti credenti che non riescono più a testimoniare come hanno fatto i Cristeros. Ecco perché è importante a distanza di cento anni, la lezione dei Cristeros, dei martiri messicani che furono massacrati perché non si adattarono alle lusinghe del mondo. “Il sangue dei Cristeros ha irrigato una Chiesa che è risorta; una Chiesa che avesse barattato la sua dottrina non avrebbe lasciato nulla per cui valesse la pena risorgere”.
La roccia che non si muove. “C’è sempre la tentazione che la Chiesa sopravviva adattandosi, leggendo i segni dei tempi e conformandosi ad essi”, scrive Rodriguez. La testimonianza dei martiri dice il contrario. La Chiesa sopravvive proprio perché nel suo nucleo, non cambia. La sua dottrina non è una politica da aggiornare, ma un deposito da custodire. Cosa dobbiamo imparare da questo centenario? Certamente non dobbiamo desiderare il martirio, “né fingere che le nostre comode prove siano pari alle loro”. Piuttosto dobbiamo custodire questo insegnamento che viene dai Cristeros: la loro certezza nella Fede, quella vera, ricevuta da Dio, che vale più della vita stessa. I Cristeros potevano affrontare i fucili perché sapevano che il Re per il quale morirono non poteva essere destituito, scavalcato o migliorato da alcun Sinodo o Assemblea di uomini. Il presidente ecuadoregno Garcia Moreno, di fronte ai suoi assassini, affermò, prima di morire: “Dio NON muore!”. Un secolo dopo i martiri messicani ci guardano dall’alto, il loro grido è la nostra eredità e il nostro insegnamento. Quando il mondo ci chiede di rinunciare a una parte della fede per amore della pace, non dobbiamo fare altro che ricordare il ragazzo di quattordici anni che si rifiutò di abiurare Cristo, il gesuita che morì con le braccia spalancate e l’intera nazione che preferì morire in piedi, piuttosto che inginocchiarsi davanti a cesare. Viva Cristo Re – ieri, oggi e nei secoli dei secoli, lo stesso.
Torino, 15 settembre 2026
Beata Vergine Maria Addolorata. DOMENICO BONVEGNA