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pietro parolin segretario di stato vaticano«La Segreteria di Stato, essendo l’organo che coadiuva da vicino il Sommo Pontefice nell’esercizio della sua suprema missione, dovrà assumere, con cordiale e totale disponibilità, la conversione pastorale proposta da Papa Francesco; anzi diventarne, in un certo senso, modello per l’intera Chiesa». Lo dice l’arcivescovo Pietro Parolin, segretario di Stato, in un’ampia intervista concessa a Stefania Falasca e pubblicata su «Avvenire» del 9 febbraio. Il suo ritorno in Vaticano, il lavorare accanto a Papa Francesco, Chiesa e diplomazia, riforma della Curia, la stagione della fuga dei documenti, l’Istituto per le opere di religione, la Siria, la Cina, la situazione dei cristiani in Medio oriente, i rapporti con la politica italiana sono gli argomenti trattati nel colloquio. Durante il quale il segretario di Stato ha parlato dello stile del servizio alla Chiesa, al Papa, alla Santa Sede: «La Chiesa — ha detto in proposito — si serve non solo con la nostra attività, pur necessaria, ma anche, e forse di più, con la nostra debolezza e la nostra fragilità, accolte nella fede». È questo lo «stile di Papa Francesco». Quello stesso stile che deve improntare anche il rapporto tra diplomazia e Chiesa. «La Chiesa nella sua storia — ha detto — l’ha considerata uno strumento a servizio della sua missione, in relazione alla sua libertà, alla libertà religiosa e alla pace nel mondo». E si è detto convinto che «in un mondo plurale, che rischia la frammentazione, la diplomazia vaticana può e deve affiancarsi agli uomini e ai popoli, per aiutarli a rendersi conto che le loro differenze sono una ricchezza e una risorsa». Affrontando l’argomento della riforma della Curia, l’arcivescovo Parolin ha disegnato il profilo di uno strumento «agile e snello, meno burocratico e più efficace al servizio della comunione e della missione della Chiesa nel mondo di oggi», così come al servizio del Papa e dei vescovi delle diverse Chiese particolari. Non una centrale di comando né un organo di controllo «ma — ha precisato — una realtà di servizio. C’è sempre il pericolo di abusare del potere, grande o piccolo, che abbiamo nelle nostre mani, e da questo pericolo non è sfuggita e non sfugge la Chiesa». Il presule ha voluto comunque sottolineare che «non basta una riforma delle strutture, che pure ci deve essere, se non è accompagnata da una permanente conversione personale». E ha portato l’esempio di quanti, nella Curia «sono santi»: ci sono stati, ha precisato, e ci sono santi. Anzi «è motivo di sincero rammarico — ha lamentato — quando con pennellate che ritengo troppo sbrigative e violente, si presenta un’immagine esclusivamente negativa della Curia come luogo dove prevalgono cospirazioni e giochi di p otere». Risposta che ha introdotto la domanda sulla fuga dei documenti. «Una stagione dolorosissima — l’ha definita — che mi auguro e spero con tutto il cuore sia definitivamente tramontata». Ha fatto soffrire Benedetto XVIe molti suoi collaboratori, ha detto ancora, e «ha danneggiato non poco la causa di Cristo». «Trasparenza e conformità» sono gli aggettivi usati dal segretario di Stato in merito a una domanda sul profilo dell’Istituto per le opere di religione. Pur non entrando nel merito di soluzioni tecniche, «che sono ancora allo studio», l’a rc i v e s c o v o Parolin ha notato che «molto è stato fatto» per assicurare trasparenza e conformità alle norme internazionali in materia, «secondo le indicazioni di Papa Francesco», affinché le attività economiche e finanziarie della Chiesa siano «finalizzate alle necessità della vita e della missione della Chiesa». Il colloquio si è poi spostato sullo scenario del mondo, nel quale «il Papa stesso è il primo agente diplomatico della Santa Sede», ha detto l’arcivescovo. «Siamo testimoni — ha proseguito — di come abbia assunto vigorosamente tale ruolo nella crisi in Siria», sino a diventare interlocutore «ricercato e autorevole a livello mondiale». Ciò che interessa alla Santa Sede, ha poi precisato, è costruire ponti di dialogo per risolvere i problemi sul tappeto. «Non esistono altri interessi e strategie del Papa e dei suoi rappresentanti quando agiscono sulla scena internazionale» ha assicurato. In questa ottica rientra anche la valutazione della conferenza di Ginevra sulla Siria: purtroppo, ha commentato il segretario di Stato, «senza risultati concreti», ma dove tuttavia «non hanno perduto di valore le indicazioni espresse dalla Santa Sede» come «passi di una road map realistica per la fine del conflitto e la realizzazione di una pace duratura». Il discorso si è poi concentrato sulla situazione dei cristiani in Medio oriente, «una delle più grandi preoccupazioni della Santa Sede» ha affermato l’arcivescovo, anche per il risvolto ecumenico, «dato che i cristiani — ha precisato — p ossono cercare e trovare vie comuni per aiutare i fratelli nella fede che soffrono in varie parti del mondo». Rispondendo poi a una domanda sulle critiche mosse da certi ambienti al Papa, definito persino «marxista», il segretario di Stato si è chiesto se sia mai possibile «non essere d’accordo con l’affermazione del Papa che il denaro deve servire e non govern a re » . Cina e Italia gli ultimi argomenti affrontati. Quanto al grande Paese asiatico, l’arcivescovo ha espresso l’auspicio che «aumentino la fiducia e la comprensione tra le parti e si possa concretizzare la ripresa di un dialogo costruttivo con le autorità politiche». Un dialogo che il presule ha evidenziato come filo conduttore anche per ciò che riguarda i rapporti tra Chiesa e istituzioni culturali, politiche e sociali in Italia, come sostenuto dal Papa; anche se, ha aggiunto, «non ritengo che tale indicazione significhi la negazione di un ruolo della Santa Sede e che nessuno, Segreteria di Stato o Cei, debba o possa rivendicare in esclusiva i rapporti con la politica italiana. La formula vincente — ha concluso — è la collaborazione» per contribuire al bene comune.

© Osservatore Romano - 10 - 11 febbraio 2014