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Le cateneDa Bino AG Nanni

Molti individui, nello sforzo di capire se stessi, incontrano un ostacolo formidabile opposto sia dal loro narcisismo, sia dalla sudditanza al giudizio altrui. Si tratta della difficoltà ad ammettere che nessuno di noi può considerarsi “sovrano assoluto” della propria mente: noi non siamo soltanto quel che crediamo di essere o che abbiamo deciso di essere.


Eppure, nell’esperienza di ciascuno, ci sono chiari indizi che non siamo fatti soltanto di ciò di cui siamo coscienti; che c’è, in noi, qualcosa che non abbiamo consapevolmente deciso che ci sia. Quando, ad esempio, diciamo: “non so perché, ma mi viene fatto di pensare che…”, dobbiamo ammettere che, nella nostra mente, è emerso un pensiero che non abbiamo formulato consapevolmente. Analogamente, quando diciamo: “provo questa sensazione; è più forte di me”, dobbiamo ammettere che stiamo avvertendo un sentimento che la nostra coscienza non ha autorizzato. Non sempre si tratta di fatti negativi: l’artista e lo scienziato innovativo sono coscienti di tutto ciò che conferma, sviluppa o corregge le loro intuizioni ma, di regola, non sanno spiegare da dove è nata la loro idea creativa. Se, tuttavia, ci pensiamo bene, accettare che nella nostra mente non c’è soltanto ciò che abbiamo consapevolmente deciso, non è una rinuncia, ma una conquista: ciò ci offre la possibilità di entrare in contatto con la parte più spontanea ed autentica di noi stessi, quella che non è frutto di sollecitazioni, ingiunzioni o divieti esterni; una parte solo nostra e basta. (Per inciso, entrare in contatto con noi stessi non significa affatto mettere in atto acriticamente i nostri moti spontanei; al contrario, l’esserne consapevoli ci consente di controllarli meglio). Chi si convince d’essere “sovrano assoluto” della propria mente, in realtà, ha perso il contatto con se stesso: è un “falso sé patologico”, è la personificazione del conformismo, un individuo che ha rinunciato ad essere se stesso per obbedire al volere altrui.


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