04/05/2011 - Rassegna Stampa di Comunione e Liberazione Universitari, dal 18 aprile al 3 maggio
«Il Papa: beato perché ha creduto in Dio», di Salvatore Mazza, Avvenire, 03.05.2011
«Giovanni Paolo II è, da domenica, ufficialmente un nuovo beato della Chiesa cattolica. Proclamato dal suo successore, un Benedetto XVI commosso come il mare di fedeli accorsi, letteralmente, da tutto il mondo per non perdere questo momento. Il popolo di Wojtyla è tornato come una volta a riempire la piazza per il “suo” Papa».
«Ha ridato speranza ai cristiani», di Andrea Tornielli, La Stampa, 03.05.2011
«La "grandissima causa", ha spiegato Benedetto XVI è quella di "aprire a Cristo la società, la cultura, i sistemi politici ed economici, invertendo con la forza di un gigante - forza che gli veniva da Dio - una tendenza che poteva sembrare irreversibile". Wojtyla, ha detto ancora il suo successore, "ha aiutato i cristiani di tutto il mondo a non avere paura di dirsi cristiani, di appartenere alla Chiesa, parlare del Vangelo. In una parola: ci ha aiutato a non avere paura della verità perché la verità è garanzia di libertà"».
«Dall’allegria alla sofferenza il dono divino dell’umanità», di Navarro-Valls, la Repubblica, 03.05.2011
«Occorre conoscere chi sono realmente i santi. E, soprattutto, che funzione possono avere oggi, nella nostra società contemporanea. […] Intanto. È utile evitare la tendenza a rimanere in superficie e a pensare ai santi come opere d’arte, pezzi da museo, che vengono collocati in una bacheca come trofei vinti dalla cristianità e custoditi nelle chiese. […] I santi sono tali per aver attualizzato nella loro vita le potenzialità di bontà che Dio aveva inserito, alla nascita, nella loro natura. Quindi, alla loro morte loro rimangono per sempre attivi».
Commento
C’è chi ha dormito per terra e chi non ha dormito per nulla. Chi è venuto dalla Polonia, chi dalla Spagna, dalla Francia. Da tutto il mondo. Un milione e mezzo i fedeli disposti a fare un sacrificio pur di esser presenti alla beatificazione di Giovanni Paolo II. Non erano una folla, una massa di gente come quella che si vede ai concerti, ma un popolo: il popolo cristiano. Uomini e donne, pellegrini, rimasti affascinati da un uomo che aveva qualcosa nello sguardo: qualcosa che ha afferrato anche loro e che li afferra ancora oggi. Infatti, non è per un ricordo o una nostalgia del passato che Piazza San Pietro era gremita di gente il primo maggio, ma per una presenza viva e contemporanea. Quel popolo radunato a Roma ne è il primo lampante segno. Benedetto XVI nell’omelia ha ricordato come il suo «amato predecessore» fosse testimone di una fede vittoriosa, una fede che c’entra con la vita e la cambia: «Giovanni Paolo II è beato per la sua fede, forte e generosa, apostolica». Non quindi per la sua bravura, non per delle doti sovraumane, ma per il sì detto a Dio, al Dio fatto carne, Cristo, che si può riassumere nella frase diventata l’emblema della sua vita: Totus tuus. Wojtyla non era un eroe, ma un uomo umanamente compiuto: «Il Santo è, nel senso più esatto della parola, l’uomo che realizza più intelligentemente la propria personalità, ciò che deve essere» (Luigi Giussani, Perché la Chiesa?, Rizzoli, Milano, 2003). Si può vivere come Gesù. Il Papa polacco ce lo ha testimoniato con tutta la sua vita. Non servono requisiti speciali o grandi capacità: basta essere semplici e disponibili, come lo è stato lui fin dentro la sofferenza, a lasciarsi abbracciare dalla presenza viva di Cristo, che si serve dei suoi testimoni per rendersi sperimentabile qui e ora. La nostra umanità ferita non ha bisogno di eroi che ci fanno sognare qualcosa di impossibile, ma di santi che, rimandando a Cristo e non a se stessi, ci mettano al lavoro e ci facciano percorrere la strada verso il compimento della nostra umanità.
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