di INOS BIFFI La Quaresima ci annuncia prossima la solenne memoria della Pasqua di Cristo, che rappresenta il cuore dell’anno sacro. E a prepararci a essa provvede felicemente l’anno liturgico: questo capolavoro di teologia e di fantasia che, nella varietà dei suoi cicli, dei suoi accenti e dei suoi colori, ci espone e ci dispiega i misteri di Gesù, che sono la sostanza del tempo sacro e il provvido riscatto da un’insensata monotonia di settimane senza traguardi. Per disporci alla «festa della salvezza universale» — come sant’Ambrogio chiama la Pasqua (Epistola XXIII, 22) — la Chiesa ci assegna, infatti, il «tempo favorevole» (2 Corinzi, 6, 2) di una serie di giorni — quaranta esattamente, secondo un numero biblico e arcano — da trascorrere nel deserto, in compagnia di Cristo. Non si tratta di lasciare i luoghi e gli appuntamenti abituali: il deserto è, prima di tutto, un luogo interiore, uno spazio creato dalla nostra volontà, che si propone la conversione della vita, l’ascolto più attento e più assiduo della Parola di Dio, la discriminazione del male che è in noi e l’intenzione di liberarcene.
È il modo con cui partecipiamo alla vittoria di Gesù, che ha dissolto con decisa fermezza la seduzione del diavolo. Questi gli proponeva un messianismo facile, senza croce, antitetico al disegno divino, secondo cui la salvezza proviene invece dall’affidamento al Vangelo, dal percorso della via dell’umiliazione, da una povertà senza potere e soprattutto dall’assoluta adorazione di Dio. Alla radice, infatti, di ogni peccato c’è la diffidenza nella Parola di Dio. La prima tentazione del demonio consiste sempre nell’i n s i n u a re nell’anima il dubbio su Dio, quasi che questi inganni l’uomo per timore che diventi simile a Lui. È la suggestione infiltratasi all’inizio nel cuore dell’uomo e della donna, e da noi confermata quando non ci rimettiamo a lui; quando lo concepiamo come ostile o contrapposto; e, ancora, quando non comprendiamo la creazione come un atto di amore puro e gratuito, con la conseguenza che giudichiamo Dio come nostro concorrente e nostro rischio, e alla lieta riconoscenza sostituiamo il risentimento, il fastidio, nella fatua e tragica aspirazione di essere Dio. Il primo peccato consiste proprio nel non gioire con riconoscenza d’essere creature di Dio, nel non riconoscere Dio come Signore, nel cedere alla tentazione di «mangiare del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino» (Genesi, 3, 3), con l’intento di essere, così, il criterio o la misura del bene e del male. La conseguenza è la disadorna e imbarazzante condizione della nudità, simbolo del disordine, della bellezza originale infranta e della comunione divina perduta. Da quella originale disobbedienza del primo uomo è venuta la regalità della morte, indice e approdo del peccato umano (Romani, 5, 12). Anche Israele non ha superato la tentazione, ha diffidato e non si è nutrito della Parola che esce dalla bocca di Dio. L’uomo che supera la prova è invece Gesù di Nazaret. Egli rifiuta di saturare il proprio digiuno con la soluzione facile di trasformare le pietre in pane, ponendosi, così, all’antitesi di quella ribellione che, contro il divieto di Dio, prese del frutto e ne mangiò. Esattamente vincendo la prima tentazione, Gesù manifesta la sua volontà di entrare nel cammino della croce, di accogliere quella “conoscenza” che non è quasi rapita a Dio, ma ricevuta da lui, come mistero, come sapienza che istintivamente l’Adamo naturale, che è in noi, chiama insipienza. Oltre che a diffidare di Dio, l’uomo è inclinato a esigere da lui dei miracoli, dei segni evidenti e spettacolari della sua presenza, mettendo in tal modo alla prova Dio stesso. Nel deserto Gesù passa attraverso questa tentazione ma non vi soccombe. Non si lascia ingannare dalla proposta di un messianismo trionfale, di una redenzione che si svolga nell’applauso. Sarebbe un piegare Dio a sé: un “tentarlo”, nella compiacenza della propria esibizione riuscita. Gesù intende entrare in un’altra via e percorrere l’itinerario sconcertante di chi perde, di chi urta e inciampa sulla via del Calvario, senza che gli angeli lo sorreggano. Sul patibolo morirà nella foggia di uno che non è stato soccorso, ma apparentemente abbandonato. Sarà il grande scandalo per gli stessi discepoli; com’è scandalo per noi ogni volta che la nostra fede è lasciata senza segni evidenti, gesti clamorosi, ma nella derelizione. In Quaresima la Chiesa implora la forza di perseverare senza applausi, di non pretendere di disporre di Dio a piacere. Gesù, infine, non si lascia ingannare dall’idolo del potere o del possesso, che coincide con Satana ed esige un’implacabile adorazione. «Tutti i regni del mondo con la loro gloria» (Ma t t e o , 4, 8) non lo attraggono e non lo illudono, e non ne ambisce il dominio. A premergli è il «Regno di Dio», di cui annuncia e procura l’avvento. Alla suggestione del loro possesso, la sua reazione è decisa: «Vattene, Satana!». La vita e la morte di Gesù saranno la sua adorazione assoluta a Dio, senza ambiguità e compromessi. Ogni peccato è intrinsecamente una indisponibilità ad adorare Dio e un culto del proprio potere. Il mondo invece verrà salvato dall’imp otenza del Figlio di Dio che compie il sacrificio di sé, nella donazione perfetta, della quale nell’Eucaristia egli ha lasciato alla Chiesa il sacramento continuo. Al fine di illustrare il senso di questo «tempo favorevole» e di guidarne l’orazione, l’ispirazione poetica della Chiesa ha creato tutto un grappolo di inni. Ne ricordiamo uno, di un autore anonimo del X secolo. Incomincia col verso Nunc tempus acceptabile e recita: «Ora risplende il tempo favorevole, dato da Dio,/ per sanare il mondo ammalato,/ con la cura della sobrietà./ Il giorno della salvezza risplende della nobile luce di Cristo,/ mentre l’astinenza risana i cuori feriti da colpa./ Fa’ che la osserviamo nell’anima e nel corpo, o Dio,/ per raggiungere con felice transito la Pasqua eterna».
© Osservatore Romano - 5 marzo 2014