di CRISTIANA DOBNER L’esistenza di Maria Elisabetta Hesselblad, una profezia per l’oikoumene, si presenta sigillata da una semplice parola evangelica, incisa nel suo animo fin da bambina: «l’unico ovile». Maria Elisabetta racconta: «Quando ero molto piccola, andando a scuola e vedendo che i miei compagni appartenevano a molte chiese diverse, cominciai a domandarmi quale fosse il vero ovile perché avevo letto nel mio Nuovo testamento che ci sarebbe stato “un solo ovile e un solo pastore”». Un giorno, mentre pregava, una voce le rispose: «Sì, figlia mia, un giorno te lo indicherò». E «questa sicurezza — confida — mi accompagnò in tutti gli anni che precedettero la mia entrata nella Chiesa».
È l’imprinting scelto dal Padre per la sua missione nella vita che, via via, andrà specificandosi: l’anelito del ritorno all’unità, nella forma concreta e storica della casa di Santa Brigida a Roma. Un cammino che però non procede, da un punto di vista umano, in maniera rettilinea. Eppure giungerà alla meta, attraverso un duplice percorso che comincia toccando mezzo mondo, dalle Americhe all’Europa, per poi ripartire in una spirale di ritorno sul mondo intero, nell’azione congiunta e concatenata con quella delle sue figlie spirituali. Verso i quattordici anni Maria Elisabetta fu preparata alla confermazione e alla prima comunione. Pur procedendo secondo le indicazioni dei pastori, rilevava sempre una distanza: «Leggendo il Vangelo di san Giovanni al capitolo VI (51-52), credevo nella presenza di nostro Signore nella sacra ostia, non rendendomi conto che gli altri non interpretavano nello stesso modo le parole del Signore». La sua tensione interiore si faceva più intensa: «Provai a cercare Dio nel mio cuore, amandolo come un Padre che, per l’amore che gli portavo, non avrei mai voluto volontariamente o f f e n d e re » . A soli diciotto anni salpò alla volta dell’America e nel gennaio 1891 iniziò il corso per diventare infermiera. Il contatto con la sofferenza, la morte, fecero riflettere la giovane, che iniziò ad accostarsi a luoghi di culto diversi per trovare risposta alla sua sete interiore. I pregiudizi anticattolici erano ben radicati nella sua mentalità luterana, ma l’animo era travagliato: «Da qualche anno stavo leggendo la storia protestante e quella cattolica, e al pensiero che la Chiesa cattolica romana fosse la vera, mi pervase un’intensa paura come l’agonia della morte». L’esperienza di Dio nella festa del Corpus Domini a Bruxelles fu determinante. Però ella stessa ammetteva: «Non vedevo ancora chiara la strada per muovere il passo finale». La lettura del libro delle conferenze del cardinale Nicholas Patrick Stephen Wiseman sulla presenza reale del Signore nel Santissimo Sacramento, le donò una conferma: «“Ma io ho creduto a tutto questo sin da bambina!”. Eppure ero piena di dubbi e di perplessità». Tanto da provare a dimenticare. Lo Spirito operò in lei e la portò a una maturazione inattesa, quando si abbandonò totalmente e accolse l’azione di Dio: «Mi fu concessa una luce benevola e con essa una pace profonda e una ferma decisione di muovere immediatamente il passo decisivo ed entrare nell’unica vera Chiesa di Dio». Si trovava a Washington e chiese al gesuita Johann Georg Hagen di entrare subito nella Chiesa cattolica ma questi esitò: «Oh no, mio reverendo padre, mi perdoni, ma non può essere impossibile! Per quasi venti anni ho lottato nel buio; per molti, molti anni ho studiato la religione cattolica e ho pregato per avere una fede forte, tanto forte che se anche il Papa a Roma e tutti i preti lasciassero la Chiesa, io potessi rimanere ugualmente ferma. Ora ho questa fede e sono pronta ad essere esaminata su ogni punto della nostra fede». Il lungo e travagliato percorso stava per concludersi: il 15 agosto 1902 Maria Elisabetta ricevette il battesimo sotto condizione e il 17 il corpo del Signore.
© Osservatore Romano - 5 giugno 2016