di JOSEP M. SOLER *Nella liturgia della terza domenica di Avvento risuonano le parole della Lettera ai Filippesi (4, 4-5): Gaudete in Domino, iterum dico gaudete (“Rallegratevi sempre nel Signore: ve lo ripeto, rellegratevi”). Il motivo è chiaro: «il Signore è vicino». Questa vicinanza del Signore può essere considerata a tre livelli. Da un lato, si tratta della prossimità della festa del Natale, con la grazia che il Signore ci vuole donare; in secondo luogo, la prossimità — relativa, perché non conosciamo né il giorno né l’ora — del ritorno del Signore come salvatore alla fine della nostra vita e sul finire della storia. E in terzo luogo, la prossimità vuol fare riferimento alla venuta attuale del Signore nella nostra vita individuale e comunitaria; o, in altre parole, alla sua presenza ogni giorno in mezzo a noi.
La nostra vita in quanto religiosi è strettamente vincolata a Cristo per il battesimo e per la professione monastica. Non possiamo dimenticarlo o vivere come se non fosse così. Il capitolo 59 della Regola di san Benedetto ci spiega che l’oblazione dei bambini si faceva durante l’oblazione eucaristica avvolgendone la mano con la cedola di professione e con le tovaglie dell’altare. Questo ci permette di supporre che anche la professione monastica degli adulti si svolgesse nella cornice dell’eucaristia. Unire l’oblazione eucaristica con il dono di noi stessi che, come monaci, facciamo nella professione è un elemento fondamentale per la nostra spiritualità. Oltre alla partecipazione all’eucaristia, vogliamo esprimere l’unione della nostra oblazione a quella di Gesù lasciando sull’a l t a re la cedola scritta e segnata. In questo modo, la nostra incorporazione a Cristo iniziata col battesimo, si conferma con l’offerta di tutta la nostra esistenza che uniamo a quella che fa il Signore di se stesso al Padre nella celebrazione eucaristica. L’invito alla gioia dell’i n t ro i t o Gaudete dell’Avvento, si armonizza con il clima spiritualmente gioioso che dovrebbe riempire la nostra vita individuale e comunitaria. Proprio Papa Francesco, nella lettera apostolica scritta per l’Anno della vita consacrata, insiste sulla gioia che deve permeare l’esistenza dei consacrati. Egli scrive che la prima cosa che si aspetta da quest’anno è: «Che sia sempre vero quello che ho detto una volta: “Dove ci sono i religiosi c’è gioia”». E aggiunge che «siamo chiamati a sperimentare e mostrare che Dio è capace di colmare il nostro cuore e di renderci felici, senza bisogno di cercare altrove la nostra felicità; che l’autentica fraternità vissuta nelle nostre comunità alimenta la nostra gioia; che il nostro dono totale nel servizio della Chiesa, delle famiglie, dei giovani, degli anziani, dei poveri ci realizza come persone e dà pienezza alla nostra vita». (n. II , 1). E insiste: «Che tra di noi non si vedano volti tristi, persone scontente e insoddisfatte, perché “una sequela triste è una triste sequela”» ( ibidem ). Non è che il Papa non sia consapevole delle difficoltà che giungono e che possono rendere difficile il vivere con gioia. Anzi, nella stessa lettera lui riconosce che «Anche noi, come tutti gli altri uomini e donne, proviamo difficoltà, notti dello spirito, delusioni, malattie, declino delle forze dovuto alla vecchiaia. Proprio in questo dovremmo trovare la “p erfetta letizia”, imparare a riconoscere il volto di Cristo che si è fatto in tutto simile a noi e quindi provare la gioia di saperci simili a Lui che, per amore nostro, non ha ricusato di subire la croce» ( ibidem ). Anche san Benedetto, quando, nel quarto gradino dell’umiltà, parla delle difficoltà, delle contrarietà, delle tribolazioni e dei torti di qualsiasi genere che, presto o tardi incontreremo nel nostro mondo interiore oppure ci verranno procurati da altri, afferma che, con piena fiducia nel Signore che ci ama, non dobbiamo farci indietro ma continuare avanti con gioia (cfr. Regola , 7, 35-43). Si potrebbe dire che questa è la versione benedettina del tema della “perfetta letizia” di cui parla san Francesco e che ci ricorda la lettera del Papa. Il quale applica alla vita consacrata le parole di Benedetto XVI , quando diceva che «La Chiesa non cresce per proselitismo, ma per attrazione». Scrive Papa Francesco: «Sì, la vita consacrata non cresce se organizziamo delle belle campagne vocazionali, ma se le giovani e i giovani che ci incontrano si sentono attratti da noi, se ci vedono uomini e donne felici! Ugualmente la sua efficacia apostolica non dipende dall’efficienza e dalla potenza dei suoi mezzi. È la vostra vita che deve parlare, una vita dalla quale traspare la gioia e la bellezza di vivere il Vangelo e di seguire Cristo» ( ibidem ). Dunque possiamo dire che la fonte della nostra gioia interiore la dobbiamo trovare in Gesù Cristo, con il quale siamo stati configurati nel battesimo e nella professione monastica, e nell’impegno di vivere il suo Vangelo, il quale ci consente di scoprire la “perfetta letizia” anche quando sperimentiamo la croce. Siamo chiamati, anche, a migliorare i nostri rapporti fraterni perché in essi incontriamo il nutrimento della nostra gioia, come chiede il Papa, e anche perché impariamo a vivere ogni giorno i nostri impegni come un servizio compiuto con gioia e con generosità. Non avremo la gioia se poniamo la nostra speranza sui numeri o sulle opere, ma soltanto se la mettiamo in Colui nel quale abbiamo posto la nostra fiducia, Gesù Cristo, e per il quale «nulla è impossibile». La gioia che dobbiamo rispecchiare non è uno stato psicologico ma una realtà spirituale. E per questo richiede una intimità con Cristo nella preghiera, un’apertura per lasciarci trasformare dalla Parola e dai sacramenti e il desiderio forte di intraprendere un lavoro interiore, ricomminciando sempre, senza scor a g g i a rc i . Tutti possiamo crescere di più nella gioia a livello personale e far sì che le nostre comunità siano più gioiose. Per questo dobbiamo lasciarci interpellare per i molteplici inviti che ci fa la liturgia lungo l’anno liturgico, e in modo speciale in questo tempo di Avvento, e per la chiamata che ci fa la Chiesa nell’Anno della vita consacrata. Papa Francesco ci fa sentire il suo desiderio che noi consacrati viviamo con gioia, perché così potremo collaborare meglio al rinnovamento della Chiesa e illuminare la società con la luce gioiosa del Vangelo. Anche la congregazione per gli Istituti di vita consacrata, nella lettera indirizzata ai religiosi all’inizio di quest’anno, ci richiama alla gioia: «Rallegratevi, esultate, sfavillate di gioia». La gioia che ci viene dalla bellezza della nostra consacrazione uniti a Cristo la dobbiamo portare agli altri. «Nel mondo spesso c’è un deficit di gioia. Non siamo chiamati a compiere gesti epici — si legge ancora nella lettera — né a proclamare parole altisonanti, ma a testimoniare la gioia che proviene dalla certezza di sentirci amati, dalla fiducia di essere dei salvati» ( I , 3). È questo l’annuncio dell’Avvento ed è di questo che ha bisogno il nostro mondo tanto povero di speranza.
(*) Abate di Montserrat
© Osservatore Romano - 15-16 dicembre 2014