di ROMANO PENNA A proposito dell’istruzione Ad resurgendum cum Christo, sul tema del post mortem e della sepoltura, dal punto di vista di una teologia biblica, si possono fare tre semplici considerazioni. La prima riguarda l’antrop ologia tipica della fede cristiana.
È quanto mai significativa la definizione, che il filosofo platonico Celso verso la fine del II secolo dava dei cristiani, e che in realtà era un’accusa contro di loro, e cioè che essi sono filosômatoi, «amanti del corpo» (in Origene, Contro Celso, 7, 36); secondo lui, invece, si può raggiungere Dio soltanto mediante l’anima. A parte il possibile significato esclusivamente fisicista dell’aggettivo, la definizione è pertinente, come conferma la sentenza del cristiano Tertulliano di poco posteriore, secondo cui Caro cardo salutis, «la carne-corporeità è il cardine della salvezza» (Sulla risurrezione, 8, 2). In effetti, proprio a livello di antropologia il versante culturale tanto ebraico quanto cristiano, che qui è concorde, si differenzia irrimediabilmente da quello greco, e la fede nella risurrezione ne è la riprova più evidente. Certo è che secondo la Bibbia il corpo non corrisponde affatto al «carcere» di platonica memoria (cfr. Cratilo , 400c), come conferma un minimo di filologia. Infatti la Bibbia greca detta dei Settanta impiega ampiamente il termine sôma, ma per tradurre ben tredici vocaboli dell’originale ebraico. Tra di essi, quello che gli si avvicina di più è bāśā r, «carne» (non certo nel senso fisiologico o alimentare), che indica l’uomo nella sua radicale caducità, sia pure con sfumature semantiche ampie. Corrispondentemente manca in ebraico un vocabolo che indichi, sia l’anima nel senso platonico di psychē come componente di un’antrop ologia bipartita, sia nel senso aristotelico di noûs come mente razionale. È ben vero che l’ebraico biblico, mentre ignora un preciso vocabolo corrispondente a «corpo» (vivente), conosce invece cinque vocaboli per dire «anima», tra cui i termini più prossimi sono nefeš, «essere vivente, vita», e rûah, «respiro, spirito»; ma essi indicano soltanto aspetti diversi dell’unica condizione umana, il primo dei quali si contrappone piuttosto alla morte e il secondo alla carne. San Paolo afferma che «se noi abbiamo sperato in Cristo solo per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini» (1 Corinzi, 15, 19) Con ciò l’apostolo intendeva dire, non soltanto che sarebbe da commiserare chi si consegnasse a un Cristo incapace di dare un avvenire alla nostra vita, ma pure che l’appartenenza a lui non può essere soltanto di carattere spirituale poiché invece coinvolge l’intera identità personale dell’individuo, che comprende come co-essenziale la sua dimensione corporea. In secondo luogo la fede cristiana comprende la proiezione verso una futura risurrezione. E questa avrà luogo, non solo grazie al potere genericamente vivificante di Dio, ma soprattutto in virtù della risurrezione di Gesù Cristo da morte con la forza dello Spirito santo. La risurrezione di Gesù fornisce pertanto la promessa, la garanzia, l’esempio e la primizia della risurrezione universale, che perciò può essere considerata come una «estensione della risurrezione di Gesù a tutto il genere umano» (Congregazione per la dottrina della fede, Lettera su alcune questioni concernenti l’escatologia, 17 maggio 1979, n. 2). In modo più specifico, secondo il quarto vangelo, Gesù in persona dice di essere «la risurrezione e la vita» (Giovanni, 11, 25). Va dunque precisato che la concretezza della risurrezione finale deriva non soltanto dalla condivisione di una idea tipica dell’ebraismo, ma soprattutto dall’oggettività e dal realismo della risurrezione di Cristo, come è stata fin da subito testimoniata dagli apostoli e trasmessa a tutti i credenti. Da parte sua, dunque, l’evento pasquale vissuto da Gesù Cristo implica una componente di efficacia e di duplicazione per tutti gli altri morti. È soprattutto san Paolo a insistere ripetutamente su questa dimensione cristologica della risurrezione finale, non solo per dire che «ci sarà una risurrezione dei giusti e degli ingiusti» (Atti degli apostoli, 24, 15), ma soprattutto per affermare che «colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali» perché «egli sia il primogenito tra molti fratelli» (Romani, 8, 11.29), sicché «egli è principio, primogenito di quelli che risorgono dai morti» (Colossesi, 1, 18), e «se crediamo che Gesù è morto ed è risorto, così anche Dio per mezzo di Gesù radunerà con lui coloro che sono morti» (1 Tessalonicesi, 4, 14). Soprattutto l’apostolo dedica al tema l’intero capitolo 15 della prima lettera ai Corinzi, dove tra l’a l t ro leggiamo: «Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede. (...) Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. Perché, se per mezzo di un uomo venne la morte, per mezzo di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti. Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita. (...) Come abbiamo portato l’immagine dell’uomo terreno, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste» (1 Corinzi, 15, 13-14. 20-22. 49). In terzo luogo, e soprattutto, c’è un dato che differenzia inevitabilmente il cristianesimo dalla originaria e pur condivisa fede ebraica nella risurrezione, sapendo tra l’altro che l’ebraismo ortodosso proibisce la cremazione dei defunti. Si tratta del fatto che per il cristiano non occorre aspettare la fine dei tempi o anche solo la morte individuale per vivere la comunione con Cristo, poiché questa comincia già fin d’ora. Lo si vede preannunciato nelle parole del Gesù terreno quando si rivolge a chi vorrebbe seppellire il proprio padre prima di andare dietro a lui: «Tu seguimi e lascia che i morti seppelliscano i loro morti» (Matteo , 8, 22), come a dire che la morte con la connessa sepoltura è secondaria rispetto al personale coinvolgimento della sequela di Gesù. Ma è soprattutto la fede pasquale ad accentuare questa dimensione identitaria del cristiano. Lo si trova espresso con tutta la chiarezza possibile nelle lettere di san Paolo. L’apostolo infatti afferma che già a partire dal battesimo «siamo intimamente uniti a lui» (Romani, 6, 5) così da poter dire: «Non sono più io che vivo ma Cristo vive in me» (Galati, 2, 20). Altrove si legge persino che con Cristo non solo «siete sepolti con lui nel battesimo», ma che «con lui siete anche risorti» (Colossesi, 2, 12), e addirittura che «Dio ricco di misericordia ci ha risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli in Cristo Gesù» (Efesini, 2, 6). Proprio nelle lettere paoline si parla ripetutamente del battezzato come «uomo nuovo» (Efesini, 2, 15; 4, 24). A monte c’è il discorso sul cristiano come «nuova creatura» (2 Corinzi, 5, 17; Galati, 6, 15) caratterizzato da una «novità di vita» (Romani, 6, 4), che si apre sulla quotidianità di ciascuno. Proprio questa novità è «la parte migliore che non sarà tolta», come dice Gesù di Maria alla sorella Marta (Luca, 10, 42). Determinante resta il riferimento a Gesù Cristo, poiché solo suo è il «nome nuovo» dato al cristiano secondo l’Apocalisse (2, 17; 3, 12). E se altrove si legge di una polemica paolina contro chi sostiene che «la risurrezione è già avvenuta » (2 Timoteo, 2, 18), si tratta solo di una avversione alla tesi gnostica secondo cui bisognerebbe ritenere negativa la corporeità per affermare un puro spiritualismo di stampo greco; ma rimane ferma la dimensione reale anche se arcana dell’uomo “nuovo”, che è tale solo nella prospettiva della fede oltre che nella conseguente e coerente condotta della vita morale. In conclusione, resta chiara e indiscutibile la dignità del corpo umano, che la sepoltura per inumazione evidenzia maggiormente. Ma è altrettanto chiaro che la dignità del cristiano non è riducibile alla sola dimensione corporea, di cui tuttavia è indubbio che l’esito finale comporterà una trasformazione: «È seminato nella corruzione, risorge nell’incorruttibilità; è seminato nella miseria, risorge nella gloria; è seminato nella debolezza, risorge nella potenza; è seminato corpo animale, risorge corpo spirituale» (1 Corinzi, 15, 42-44). Il criterio per distinguere il futuro dal presente non è una semplice riflessione filosofica — magari anti-platonica — e tantomeno una mera prassi esequiale, bensì è il modello cristologico della risurrezione, sicché «sia che viviamo sia che moriamo siamo del Signore» (Romani, 14, 8). In una parola, non conta soltanto ciò che si depone nel sepolcro ma ciò che ne consegue non solo come oltrepassamento della vita storica, ma anche, secondo la fede cristiana, come sua continuità, innovativa sul piano fisico ma ininterrotta sul piano spirituale.
© Osservatore Romano - 7-8 novembre 2016