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Secondo Tommaso d’Aquino (morto il 7 febbraio 1274) in Gesù Cristo si presenta la misura concreta dell’uomo e la condizione della riuscita dell’umanesimo, individuandone la forma e il percorso nei misteri della sua vita, in quelli che egli denomina acta et passa, dei quali ricerca «le ragioni mirabili» (Summa contra Gentiles, I V, 54).
L’Angelico, infatti, non si limita all’analisi splendida delle strutture del mistero di Cristo, ma segue questo mistero con ammirata e affettuosa attenzione nel suo svolgimento o nelle sue contingenze. Egli studia «il mistero stesso dell’incarnazione, secondo il quale Dio si è fatto uomo per la nostra salvezza» e «che cosa lo stesso nostro Salvatore, cioè il Dio incarnato, ha fatto e patito» (Summa Theologiae, III, Prologo), quindi: «Il suo ingresso nel mondo; lo svolgersi della sua vita qui in terra; la sua dipartita da questo mondo; la sua esaltazione dopo la vita presente» (ibidem, q. 27). «Questo teologo che viene definito astratto conosce il peso dell’inserimento storico del Verbo incarnato» (Torre l l ) . I misteri della vita di Gesù hanno un valore di esemplarità, enunziata nel principio «l’azione di Cristo ha per noi valore di insegnamento» (actio Christi nostra est instructio, Summa Theologiae, III, 40, 1, 3m): d’a l t ro n d e , dell’esemplarità originaria e singolare di colui che Tommaso definisce come «l’arte del Padre, modello della creazione e della redenzione» (Super Ioannem, n. 1781), per cui non si tratta di un modello, ma del modello primordiale (primordiale exemplar, Super Primam ad Corinthios, n. 583), nel quale si rinviene e si legge la costituzione stessa dell’antropologia e del suo svolgimento. Sull’ordito degli acta et passa di Cristo, che svolgono la storia del Verbo incarnato, si dispiega tutta una trama di comportamento, che Tommaso si compiace di illustrare e di fissare, perché su di essi, come su di una forma, avvenga la conformazione, pena la difformità e quindi la deformazione dell’uomo. Ma i misteri di Cristo non si limitano ad avere una ratio exemplaritatis (Summa Theologiae, III, 56, 1, 4m), a tracciare cioè delle forme paradigmatiche per l’azione dello stesso uomo: essi contengono una ratio efficientiae (ibidem), o una capacità operativa per cui, col loro compiersi, creano una tipologia antropologa oggettiva, situazioni nuove e irreversibili, definitivamente assicurate alla storia dell’uomo e alle sue condizioni. È l’«esemplarità ontologica» (Jean-Pierre Torrell, Le Christ dans la spiritualité de saint Thomas), che l’Angelico chiama «causalità efficiente», da associare alle altre causalità — come quella esemplare, appunto, o quella meritoria — le quali, in un meraviglioso intreccio, concorrono a creare le componenti — diciamo: «la misura» — dell’uomo, i lineamenti della sua immagine reale e valida, e con questo a definire e istituire le premesse dell’umanesimo, cioè dell’esistenza umana, che nella conformità a Cristo trova il suo successo. Più precisamente: i gesti del Verbo incarnato, nel loro avvenire, sono dotati di una visaperta e inesausta; di una virtus effectiva (Summa Theologiae, III, 56, 1, 4m); di una forza destinata a durare; o di un valore capace di dispiegarsi e di operare una reale assimilazione a essi, e quindi a Gesù Cristo. In maniera particolarmente felice Tommaso illustra questa efficienza nel caso del mistero della passione e della risurrezione. Ma il principio è generale: «Tutte le azioni di Cristo e tutto quello che egli sente e lo riguarda, in virtù della divinità, agisce strumentalmente in rapporto alla salvezza umana» (Summa Theologiae, III, 48, 6, c). La vita di Cristo, in se stessa, non solo insegna, ma è un vero inizio e come uno schema efficace dell’uomo. E, forse, vale la pena di osservare quale sorprendente conversione e quali risorse riceva la variegata orchestrazione del linguaggio e della dottrina filosofica della causalità strumentale, quando Tommaso ne fruisce, applicandola proprio alla teologia dei misteri degli acta et passa Filii Dei in carne.

© Osservatore Romano - 8 marzo 2014