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di Luca Pellegrini

Tutto è molto chiuso, essenziale, per Christine che arriva a Lourdes sulla sua carrozzella. Tutto, tranne il suo sguardo. Aperto, sereno. Il refettorio, la camera da letto, la stanza per le immersioni, l'ambulatorio, la cappella, anche la grotta:  sono ambienti che la circondano, la sovrastano, circoscrivono il suo orizzonte, che si concentra così sulla sofferenza sua e degli altri. Tutto è chiuso e tutto è molto programmato nel pellegrinaggio assistito dalle dame e dai barellieri dell'Ordine di Malta:  i pasti, le celebrazioni dei sacramenti, le preghiere, le processioni, la visita alla grotta, i piccoli svaghi. Tutto è programmato, tranne il miracolo.
Avviene in una notte, semplicemente, silenziosamente:  Christine, affetta da sclerosi multipla, si alza, va in bagno per pettinare i suoi bei capelli biondi. La ritroviamo, la mattina seguente:  beve il caffè afferrando la tazza con le proprie mani. Sorride, i suoi vicini la guardano. Non sorridono.

Alla sensibile e attenta regista austriaca Jessica Hausner in Lourdes - film inserito in concorso al Festival del cinema di Venezia - non interessa il rapporto tra Christine e la fede, forse la ragazza ne ha molto meno dei suoi compagni pellegrini. A lei interessa indagare il cuore umano quando è messo a confronto diretto con l'inspiegabile, il soprannaturale. Il miracolo, appunto, che suddivide in due parti questa rigorosa, austera, oggettiva riflessione, recitata da un gruppo di attori bravissimi, tra i quali spicca la protagonista Sylvie Testud.
Prima, per il gruppo affiatato di malati e accompagnatori, tutto è nella "norma", scandito dai sacramenti, dalla ricreazione, dalle necessità del corpo, anche se piagato, e da quelle dello spirito, anche se assopito. I personaggi sono ben scolpiti:  chi è plasmato dal soffrire, chi decide di servire nella carità - e poi magari non ne è troppo convinto - chi è lì per portare il conforto e la parola di Dio, chi invece per non portare niente se non se stesso e la propria solitudine. Gente comune, con tutto il bagaglio di dubbi, di deficit umani, di piccoli gesti d'amore e di invidia. Volti e corpi che non sappiamo cosa esattamente racchiudano, come nel caso di Cécile (Elina Löwensohn, doveroso citarla), la dama che guida il gruppo e che, a un certo punto, ci spreme il cuore. Ma ciò che accade a Christine avviene per svelare il segreto dei cuori degli altri e ciò che vediamo accadere non è bello. E nemmeno molto cristiano. Soltanto molto umano.
Manca la gioia di chi sta attorno a quella giovane che ora si muove e prima era immobile. Anche il miracolo sembra rientrare nella "meccanicità" dei programmi di Lourdes, la visita medica è una routine, Christine sorride, ma non è del tutto convinta di ciò che effettivamente le è successo. Sembra abbia paura, più che riconoscenza. Vuole subito cogliere ciò che le è mancato, prima che questo strano "sogno" finisca, che la "felicità" sbandierata nel canto finale sia più per gli altri, per lei ridotta a un miraggio soltanto. Si vuole riappropriare della sua carrozzella. Talvolta la prigione è più rassicurante della libertà. Il film non fa apologia, non vuole convincere chi crede o chi non, non irride mai il misterioso intervento di Dio nella storia dell'uomo, ma nemmeno lo salva dal dubbio, dall'indifferenza. Il distacco, che si avverte già in fase di sceneggiatura, parchissima, che emerge nei movimenti sempre attenti della macchina a cogliere senza commento le espressioni e le sfumature, rimanendo così distante da una eccessiva personalizzazione dei volti e approfondimento del mistero, è la forza di Lourdes, film assai più umano che cristiano, ma che del Cristo adombra, anche se non voluto, il volto, le piaghe, l'enigma.
Visibile, invece, quel volto, anzi sono ben cinque diversi, in Via della Croce, secondo lungometraggio che Serena Nono ha realizzato per le calli di Venezia. Ha messo davanti alla cinepresa gli ultimi, quelli che vivono alla Casa dell'Ospitalità di Sant'Alvise, rendendoli protagonisti della salita al Calvario del Signore, loro che di quel Signore hanno per primi attirato l'attenzione, loro che quel Calvario hanno percorso nei meandri tortuosi, oscuri, difficili delle loro vite.
La Casa, diretta da Nerio Comisso - che nel film si ritaglia la parte del Cireneo - sorge a Cannaregio ed è una comunità che accoglie persone senza tetto. Lì vivono 22 uomini, che condividono il lavoro e la gestione e la cura della struttura. Si leggono i passi salienti del Vangelo della Passione di Giovanni e di Matteo, si ascoltano le testimonianze di vita, si vedono piccoli e casalinghi tableaux vivants recitati davanti a una chiesa, a un corso d'acqua, nel campo del Santissimo Salvatore. "Mi sembrava - spiega Serena Nono - che il racconto della Passione di Cristo potesse incarnare le loro storie di fallimento, dolore, emarginazione". Senza enfasi la regista veneziana alterna quadri e parole, silenzi e musiche (sono quelle di Bach, del nonno Schönberg e del padre, Luigi). Lo fa con uno stile personale, lei che è anche pittrice e scultrice, attenta a quell'umanità ultima che il mondo del cinema spesso dimentica e disdegna.
Alle vite degli ospiti della Casa, tramite un film, un semplice film, è stato forse ridato un senso, andato perduto negli anni. Così, questa è un'operazione di cinema che va oltre l'arte e diventa carità. La Via Crucis è riletta con i volti comuni di uomini dalle fedi e nazionalità diverse, ma il loro coinvolgimento nella storia universale della Croce li rende fratelli e sorelle, come fa il dolore sulla spianata di Massabielle. Da Lourdes a Venezia.

(©L'Osservatore Romano - 6 settembre 2009)

Jessica Hausner: «Questo film mi ha messo in crisi»


Jessica Hausner è viennese. La sua città è infarcita di testimonianze storiche, artistiche, sociali e di presenze che richiamano un florido cattolicesimo. Anche sereno. Ma nella conversazione avuta, il suo animo dimostra di non esserlo. Il contatto con Lourdes, con le contraddizioni di Lourdes, con la sofferenza di Lourdes, le celebrazioni, le preghiere, anche i piccoli gesti esteriori di comprensibile e umano fanatismo, sembrano averla resa più riflessiva, meno convinta. Specifica, però, di non aver voluto dirigere un film sul santuario e sulla fede cattolica, sul mistero e sulla sofferenza, ma sul miracolo:  "Ho fatto molte ricerche e quello che mi ha affascinato di più di Lourdes è proprio il fatto che soltanto lì è possibile fare un'analisi approfondita del miracolo e di quella che io chiamo la sua ambivalenza, ossia un fenomeno reale che rimane totalmente inspiegabile".

Questa fascinazione da cosa dipende?

Vedo il miracolo come una elevazione, un desiderio di felicità, la volontà di raggiungerla a ogni costo, credendo nell'impossibile. Qualche cosa che può succedere anche a chi la fede non ce l'ha. Io volevo raccontare questa tensione che genera dubbi:  è al centro del mio film.

Ma Lourdes è un luogo di fede, un santuario mariano:  si prega, si celebrano i sacramenti.

Mi sono informata, ho letto, partecipato a pellegrinaggi, convissuto con i malati. Il responsabile dell'ufficio medico del santuario, il dottor Theiller, parlando dei miracoli e dei miracolati, mi confessava che più i miracoli si analizzano, cercando prove, più sorgono dubbi. È stato così anche per me.

Ritiene che la totale assenza di posizione, nel film, possa essere apprezzata o rifiutata dallo spettatore credente?

Io posso rispondere soltanto per quello che è la mia sensibilità e la mia situazione. Certamente non intendo offendere né i credenti né i non credenti. Durante la preparazione del film ho avuto la possibilità di parlare con diversi sacerdoti, ho rivolto loro molte delle stesse domande che troviamo nel film. Sono rimasta stupita che molti di loro percepissero l'ambiguità del miracolo.

È stata a Lourdes molte volte:  si sono modificati il suo giudizio e la sua fede nel corso di queste visite?

La prima volta sono rimasta davvero shockata:  trovavo terribile che ci fossero persone così profondamente malate che avessero però anche così tanta speranza in una possibile guarigione. Era triste per me, perché forse non ci credevo. Mi sono anche resa conto che questo non sarebbe stato sufficiente per il mio film. Nei viaggi successivi mi sono aggregata all'Ordine di Malta, mi sono fatta una visione diversa, sono riuscita a "relativizzare" Lourdes e questo mi ha permesso di girare un film che in fondo voleva soltanto descrivere una felicità che può rivelarsi caduca.

Le autorità ecclesiastiche locali l'hanno aiutata nel corso delle riprese?

C'è stata una attenta fase di preparazione, di ricerca, nel corso della quale ho avuto molti incontri con le autorità ufficiali del Santuario. Volevano sapere tutto, anche perché l'ultimo film che era stato girato in quei luoghi nel 1987, Le miraculé di Jean-Pierre Mocky, era stato molto critico, mentre io non volevo assolutamente criticare. Ho cercato di spiegare che non volevo fare alcuna ironia su Lourdes, ma soltanto parlare dell'ambivalenza del miracolo.

Quando la giovane Christine si alza dal letto, compie gesti ordinari. Attorno a lei è il gelo, l'indifferenza, la diffidenza, l'invidia, la gelosia. Perché non esiste la gioia?

Questo miracolo non porta la felicità, quello che accade nel cuore di chi sta vicino a Christine è cosa cattiva. Volevo concentrami su questi aspetti umani. Inoltre, non sappiamo se questo miracolo reggerà, come spiega il medico che esamina la guarigione e come lascia presupporre il finale aperto.

Questa esperienza fatta a Lourdes prima e durante le riprese, personalmente l'ha aiutata o ha reso più difficile il suo rapporto con Dio?

Mi spiace confessarlo, ma credo mi abbia allontanata. La storia che ho voluto girare a Lourdes è stata innanzitutto un cammino personale per tentare di dare risposte ad alcune mie domande. Un senso dell'ingiustizia è gravato pesantemente sulle mie spalle:  io sono sana, altri no; io vivo, e alla fine ecco la morte. Ma se mi arrendessi a questo pensiero, so che non potrei più vivere.
La fede, nel cuore e nell'animo di Jessica Hausner, fa capolino percorrendo altre strade. (luca pellegrini)


(©L'Osservatore Romano - 6 settembre 2009)