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di Valerio Massimo Manfredi

La quinta Settimana di studi medievali a Roma ha celebrato quest'anno il centotrentesimo anniversario della fondazione dell'Istituto italiano di studi medievali. L'unità d'Italia era appena stata realizzata ed era tutto un fervere di opere sia in senso materiale sia in senso ideologico e letterario: si trattava di ricostruire e restaurare una Nazione in pezzi da secoli. Prima di tutto conveniva dare una coscienza identitaria a un popolo che in gran parte l'aveva perduta. Pensiamo che nel medioevo il Campidoglio si chiamava Monte Caprino e il Foro romano Campo Vaccino. Quello che era stato il cuore del mondo antico era diventato pascolo di vacche e di capre!
 Visto che San Pietro e il Vaticano avevano già, come si direbbe oggi, visibilità da vendere, conveniva lavorare alla memoria della Nazione. Si eressero quindi due monumenti storiografici: l'Istituto di studi romani e l'Istituto storico italiano per il medioevo che ha appena celebrato il suo convegno e il suo dibattito sui tempi e i modi della comunicazione storica.
Si può facilmente immaginare lo stato d'animo degli storici quando leggono il medioevo alla Dan Brown e dei mille e mille suoi seguaci che si sono gettati a capofitto sul lauto pasto confezionato con misteri, biblioteche dei morti, codici capaci di provocare la distruzione del mondo, apocalissi, pestilenze, lupi mannari.
E tuttavia è viva la coscienza che non ci si può rinchiudere nella propria dimensione di studiosi e ricercatori rigorosi ma fatalmente duri da masticare. Una comunicazione corretta e comprensibile senza che debba essere accattivante (non c'è niente da vendere) può incontrare un pubblico intelligente e curioso a cui trasmettere la storia senza scendere a fatali compromessi. Esistono esempi di una saggistica di livello, di trasmissioni televisive rigorose che trasmettono a volte documenti inediti e si avvalgono spesso di commentatori accademici capaci di farsi capire senza compromessi deplorevoli.
Ma perché il medioevo spopola almeno quanto la Roma imperiale? Perché sostanzialmente, pur se con un piccolo sfasamento cronologico, viviamo in un'atmosfera di pieno millenarismo e di aspettative apocalittiche. La tempesta finanziaria, la perdita di ogni sicurezza, del lavoro, la consapevolezza che in questa società non c'è più riparo per nessuno, che perfino gli Stati possono fallire, le previsioni nere per i tempi a venire diffondono il fascino tenebroso dei secoli bui, della peste della fame e della guerra, come dicevano allora. Recentemente Robert Nolan, nella prefazione al suo Jesus before Christianity diceva di questa bufera devastante Nobody is at the helm ("Nessuno è al timone") di questa nave sul mare in tempesta. È, in gran parte, caos.
In questi frangenti si trascurano del medioevo gli aspetti più positivi: la rinascita tecnologica, l'origine dell'economia moderna, la nascita degli Stati, dei grandi monumenti religiosi, civili e letterari, dei viaggi e delle scoperte, Si preferiscono le atmosfere fantasy dark che sono più in tono con i tempi. Monaci incappucciati, fiamme infernali, foschi manieri fanno parte dell'armamentario di maggior successo. È che queste manifestazioni non hanno alcuna consistenza e non possono che distorcere la conoscenza di un'epoca storica. Gli studiosi devono continuare a fare il loro mestiere con i loro tempi e i loro metodi ampiamente collaudati. Quello che invece potrebbe essere utile sarebbe il comunicare, anche con il mezzo digitale, con i blog e i social network, in forme più dirette, magari a opera dei ricercatori più giovani e informatizzati, i risultati che via via emergono dalla ricerca sia in Italia che a livello internazionale. Insomma, comunicare di tanto in tanto lo stato dei lavori nell'immenso cantiere sempre aperto della ricerca storica su cui si fondano la nostra cultura, le nostre consapevolezze e, in ultima analisi, la nostra identità.



(©L'Osservatore Romano 29 maggio 2013)