di Paul Freeman tratto da Omosessualità e Bibbia, omosessualità e cristianesimo
Ciascuno di noi fa, nel tempo, una scoperta che allo stesso tempo è bellissima e drammatica. Io mi percepisco come punto chiaro e definito di approccio alla realtà e alle cose, vedo con i miei occhi, percepisco con i miei sensi, rifletto con la mia testa. Tuttavia allo stesso tempo percepisco che io stesso sfuggo a me stesso alla comprensione della mia realtà personale. Sono per me stesso un mistero un qualcosa di chiaro e allo stesso tempo inafferrabile.
Con diritto posso dire io sono io, ma allo stesso tempo io non sono io.
Questa percezione duplice di sé apre al reale e cioè al senso del limite. Quel limite prezioso che suscita la altrettanto preziosa solitudine qualunque sia la mia vocazione, di vergine o di coniugato. Nessuno ne è esente. Proprio quella percezione del limite che non è cara a certi pseudo-cartesiani, che confondono il percepito con l'ontologico e che chiudono l'essere alla trascendenza di sé. Principio di ogni intossicazione ideologica.
Infatti la preziosa solitudine apre ad altro da sé, a quel bisogno ontologico di posseder-si visto che in definitiva nessuno si possiede; questo è il fondamento di ogni autentica esperienza religiosa ben lontana da ogni fondamentalismo che cerca di incastonare l'essere nelle regole siano esse religiose o laiche.
Anche i comandamenti di Dio e la legge di Cristo rispettano, necessariamente, questa solitudine dell'essere affinché si trascenda; la legge di Dio è mistero, perché pur essendo chiara necessita di affrontare la solitudine ed il vuoto, necessita di ascolto e di trascendenza; quello che chiamiamo con una parola "Conversione"! La solitudine, come compagna drammatica e bellissima dell'esistenza può ovviamente avere due risvolti: o giocare sulla scommessa e portare l'essere dell'uomo a dischiudersi verso altro da sé oppure chiuderlo nella paura di un radicale auto-riferimento narcisistico. Poco importa che questo auto-riferimento si chiami "scienza", "eresia", "pastorale di frontiera", ecc. Questa paura ed involuzione narcisistica è frutto del peccato. Sia originale che originato.
La struttura epocale narcisistica ed edonistica non facilita l'uomo sicuramente verso un cammino di vita e di autenticità ma lo chiude in un omeostatico sguardo su sé stesso. È il dramma di tante coppie che non "rischiano" nella solitudine di incontrare l'altro nell'Altro che è Dio ma si chiudono in un perpetuo convivere narcisistico. Si procede per "rassicuranti" fazioni ideologiche alla cui base, come dicevamo, c'è un sé immaturo e ineducabile psico-affettivamente e moralmente.
La Persona con tendenza omosessuale o omoaffettiva vive con ancora più drammaticità questo essere un quesito per sé stesso, forse grazie alla sua sensibilità e, purtroppo in tanti casi, rifiuta di comprender-si e di avere risposte e si chiude all'unica vera battaglia della crescita di sé verso una dimensione squisitamente narcisistica dell'esistenza. Involuzione del sé che non sempre ha una valenza morale nei primordi della tendenza ma che nell'annaspare del sé non trova risposte di amore adeguate. E questo ci interroga evangelicamente.
L'omosessuale non cerca l'altro da sé per comprendere sé medesimo ma cerca l'uguale per trovare conferma della non-risposta che porta dentro.
Difficile, se non umanamente quasi impossibile, per l'equilibrio del sé, ammettere a sé medesimi questa sconfitta per cui ecco nascere, con rabbia, l'orgoglio omosessuale,
la sempre più spesso falsa coscienza civile di essere "vittima" (e l'utilizzo di sigle fortemente identitarie come LGBTQ+ e che purtroppo aumentano la domanda e la ferita interiore),
il bisogno di affermare sé stessi come polo sessuale alternativo. Da qui la teoria del "genere". Le ideologie nascono sempre da un problema e da una difficoltà che c'è dentro l'uomo.
Davanti a chi ha messo in barca i remi della battaglia nella conoscenza di sé è difficile ragionare perché vive perennemente sulla difensiva. E chi vive sulla difensiva è inevitabilmente aggressivo. È un cammino a circuito chiuso carico di effetti feedback, perché più l'omosessuale non trova risposte più si aliena nella ricerca di sé nell'uguale e così facendo aumenta il suo stesso baratro di auto-comprensione. Questa drammatica dinamica suicida, presente in ogni situazione "innaturale" e anche di peccato, ci interpella innanzitutto nell'entrare anche noi a piene mani nel vuoto che portiamo dentro e scoprire la luce di speranza che Cristo vi ha acceso e portarla con la stessa gratuità con cui l'abbiamo ricevuta ai nostri fratelli e sorelle con tendenza omosessuale o omoaffettiva, per capire il senso profondo della propria vocazione nel mondo.
Seguire Cristo vuol dire entrare nel dramma dell'esistenza e farsi discepoli e servi dell'altro, qualunque sia la sua connotazione sociale. Vuol dire scoprire insieme il primato ontologico della persona ed aiutare, chi ci è accanto, al grande viaggio dell'uscire fuori da sé (Sl. 84).
Anche per questo motivo non ci può essere una "famiglia omosessuale" essa genererebbe, pur non volendo, pur in buona fede, una mostruosità pedagogica ed educativa verso l'equilibrio psico-affettivo del bambino. Nel contempo porrebbe le basi per un radicale immanentismo, chiuso ad una potenziale e feconda trascendenza, anche umanissima tracsendenza. Ed è qui, occorre ribadirlo, l'obiettivo a cui punta il nemico dell'uomo.
La cattiva educazione di tanti figli non dipende dall'istituzione di famiglia eterosessuale in quanto istituzione sbagliata o fallimentare ma in quanto composta da genitori immaturi. Tuttavia essa è l'unica via di salute psichica e di fecondità. La riproduzione sessuata, infatti, non è solo fisica, ma anche psicologica e spirituale. Di fatto poiché non esiste in natura il terzo sesso in grado di riprodursi, la ricerca scientifica e psicologica, illuminata dalla Rivelazione Cristiana, deve essere libera di poter studiare le cause della genesi dell'omosessualità per aiutare i fratelli e le persone con tendenza omosessuale o omoaffettiva ad un cammino di autocoscienza e di comportamento più idoneo con la finalità della natura umana e del suo profondo significato sessuale e fecondo.
La Persona con tendenza omoaffettiva non è un "appestato" ma un malato di senso e di solitudine come ciascuno di noi; e come ciascuno di noi attende delle risposte per il suo cammino. Anche qualora possa apparire nella Persona con tendenza omosessuale una inclinazione "innata" è solo fornendo dei parametri corretti a livello di figure genitoriali che esso può uscire dal circolo vizioso di non risponder-si alla risposta di sé e alla solitudine esistenziale e aprirsi in maniera feconda all'alterità sessuale, nell'Alterità per eccellenza che e Dio. Certo questo comporta fatica, sia personale che sociale, poiché è difficile affermare il primato della persona prima del suo essere sessuato ed è difficile percepire e percepir-si alla luce del Vangelo.
Il rischio discriminatorio che l'omosessuale vive, talvolta, socialmente e ancora prima nel percepire se stesso alla luce di Cristo, crea una dinamica di chiusura alla crescita e al trascendimento di sé; una dinamica di senso di colpa verso cui nasce solo un sentimento di difesa e di rabbia: perché io?
Paradossalmente sappiamo che quella che può essere un punto di debolezza può aprire, evangelicamente, in Cristo, ad un punto di forza; ad una coscienza di sé migliore, ad un maggiore servizio dei fratelli. Anche la persona omo-affettiva, ha dunque, evangelicamente una risposta, una vocazione, una chiamata al Regno ed una chiamata sociale.
La chiamata che Cristo fa, nella Chiesa, a vivere la Castità, in una forma del tutto particolare ed unica, per la persona con tendenza omo-affettiva, può diventare fonte di estrema ricchezza e di realizzazione di sé.
Quella alla Castità non è dunque certo una risposta generalizzata ma deve trovare nella collocazione di una storia personale, il "quid" esistenziale perché ciascuna persona con tendenza omosessuale la viva con particolare fantasia nello Spirito nel primato della sua persona aperta all'alterità e alla fecondità.