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agnus-deiDal sito: https://gpcentofanti.wordpress.com/

Nel tentativo di metterci alla scuola dei Padri per dare nuovo slancio e profondità alla nostra fede, non può mancare una riflessione sul loro modo di leggere la Parola di Dio. Sarà san Gregorio Magno papa a guidarci alla “intelligenza spirituale” e a un rinnovato amore delle Scritture.
E’ avvenuto nel mondo moderno, nei confronti della Scrittura, la stessa cosa che è avvenuta per la persona di Gesù. La ricerca dell’esclusivo senso storico e letterale della Bibbia che ha dominato negli ultimi due secoli partiva dagli stessi presupposti e ha portato agli stessi risultati della ricerca di un Gesù storico diverso dal Cristo della fede. Gesù si riduceva a un uomo straordinario, un grande riformatore religioso, ma nulla più; la Scrittura si riduce a un libro eccellente, se si vuole il più interessante del mondo, ma un libro come gli altri, da studiare con i mezzi con cui si studiano tutte le grandi opere dell’antichità.
Oggi si sta andando anche oltre. Un certo ateismo militante massimalista, antigiudaico e anticristiano, ritiene la Bibbia, in particolare l’Antico Testamento, come un libro “pieno di nefandezze”, da togliere dalle mani degli uomini d’oggi.
A questo assalto alle Scritture, la Chiesa oppone la sua dottrina e la sua esperienza. Nella Dei Verbum il Vaticano II ha ribadito la perenne validità delle Scritture, quale parola di Dio all’umanità; la liturgia della Chiesa le riserva un posto d’onore in ogni sua celebrazione; tanti studiosi, alla critica più aggiornata, uniscono anche la fede più convinta nel valore trascendente della parola ispirata. La prova forse più convincente è però quella dell’esperienza. L’argomento che, come abbiamo visto, portò all’affermazione della divinità di Cristo a Nicea 325 e dello Spirito Santo a Costantinopoli nel 381, si applica in pieno anche alla Scrittura: in essa sperimentiamo la presenza dello Spirito Santo, Cristo ci parla ancora, il suo effetto su di noi è diverso da quello di ogni altra parola; dunque non può essere semplice parola umana.

1. L’antico diventa nuovo
Lo scopo della nostra riflessione è vedere come i Padri ci possono aiutare a ritrovare quella verginità di ascolto, quella freschezza e libertà nell’accostarci alla Bibbia che permettono di sperimentare la forza divina che si sprigiona da essa. Il Padre e Dottore della Chiesa che scegliamo come guida, ho detto, è san Gregorio Magno, ma per poter capire la sua importanza in questo campo dobbiamo risalire alle sorgenti del fiume nel quale egli stesso si inserisce e tracciare, almeno per sommi capi, il suo corso prima di arrivare a lui.
Nella lettura della Bibbia, i Padri non fanno che proseguire nella linea iniziata da Gesù e dagli apostoli, e questo dovrebbe già renderci cauti nel giudizio nei loro confronti. Un rifiuto radicale dell’esegesi dei Padri significherebbe un rifiuto dell’esegesi di Gesù stesso e degli apostoli. Gesù, ai discepoli di Emmaus, spiega tutto quello che nelle Scritture si riferiva a lui; afferma che le Scritture parlano di lui (Gv 5:39), che Abramo vide il suo giorno (Gv 8:56); molti gesti e parole di Gesù avvengono “perché siano compiute le Scritture”; i primi due discepoli dicono di lui: “Abbiamo trovato colui di cui hanno scritto Mosè e i profeti” (Gv 1, 45).
Ma tutti questi erano adempimenti parziali dell’Antico Testamento. Il transfert totale si realizza sulla croce ed è racchiuso nella parola di Gesù morente: “Tutto è compiuto”. Anche nell’Antico Testamento c’erano state delle novità, delle riprese, delle trasposizioni; per esempio il ritorno da Babilonia era visto come un rinnovamento del prodigio dell’esodo. Erano re-interpretazioni parziali; ora avviene una re-interpretazione totale: personaggi, avvenimenti, istituzioni, leggi, tempio, sacrifici, sacerdozio, tutto appare di colpo in un’altra luce. Come quando in una stanza illuminata dalla fioca luce di una candela, si accende improvvisamente una potente luce al neon. Cristo che è “luce del mondo” è anche luce delle Scritture. Quando si legge che Gesù risorto “apre la mente dei discepoli all’intelligenza delle Scritture” (Lc 24,45), si intende a questa intelligenza nuova, operata dallo Spirito Santo.
L’agnello rompe i sigilli e il libro della storia sacra può finalmente essere aperto e letto (cf. Ap 5). Tutto rimane, ma niente è come prima. È l’istante che unisce – e nello stesso tempo distingue – i due Testamenti e le due alleanze. “Chiara e rutilante, eccola la grande pagina che separa i due Testamenti! Tutte le porte si aprono in una volta, tutte le opposizioni si dissipano, tutte le contraddizioni si risolvono” . L’esempio più chiaro per capire cosa avviene in questo momento è la consacrazione nella Messa, e infatti questa non è che il memoriale dell’altra. Nulla apparentemente è cambiato sull’altare nel pane e nel vino, eppure sappiamo che dopo la consacrazione essi sono ormai tutt’altra cosa e li trattiamo in modo ben diverso da prima.
Gli apostoli continuano questa lettura, applicandola alla Chiesa, oltre che alla vita di Gesù. Tutto ciò che è scritto nell’esodo era scritto per la Chiesa (1 Cor 10,11); la roccia che seguiva e dissetava gli ebrei nel deserto annunciava Cristo e la manna, il pane disceso dal cielo; i profeti hanno parlato di lui (1 Pt 1, 10 s.), quello che è detto del Servo sofferente in Isaia si è realizzato in Cristo, e così via.
Passando dal Nuovo Testamento al tempo della Chiesa, notiamo due usi diversi di questa nuova intelligenza delle Scritture: uno di tipo apologetico e uno di tipo teologico e spirituale; il primo, usato nel dialogo con quelli di fuori, il secondo per l’edificazione della comunità. Nei confronti dei giudei e degli eretici con i quali si ha in comune la Scrittura si compongono i cosiddetti “testimonia”, cioè raccolte di frasi o passaggi biblici da addurre a riprova della fede in Cristo. Su ciò è basato per esempio il Dialogo con Trifone giudeo di san Giustino, e tanti altri scritti.
L’uso teologico ed ecclesiale della lettura spirituale comincia con Origene, ritenuto a buon diritto il fondatore dell’esegesi cristiana. La ricchezza e bellezza delle sue intuizioni sul senso spirituale delle Scritture e delle sue applicazioni pratiche è inesauribile. Esse faranno scuola sia in oriente che in occidente, dove comincia ad essere conosciuto al tempo di Ambrogio. Insieme con la sua ricchezza e genialità, l’esegesi di Origene immette però nella tradizione esegetica della Chiesa anche un elemento negativo dovuto al suo entusiasmo per lo spiritualismo di stampo platonico. Prendiamo la seguente sua affermazione di metodo:
“Non si deve credere che i fatti storici siano figure di altri fatti storici e le cose corporee di altre cose corporee, ma piuttosto che le cose corporee sono figure di cose spirituali e i fatti storici di realtà intelligibili” .
In questo modo, alla corrispondenza orizzontale e storica, propria del Nuovo Testamento, per cui un personaggio, un fatto, o una parola dell’Antico Testamento viene visto come profezia e figura (typos) di ciò che si realizza in Cristo o nella Chiesa, si sostituisce la prospettiva verticale, platonica, per cui un fatto storico e visibile, sia dell’Antico come del Nuovo Testamento, diventa simbolo di un’idea universale ed eterna. Il rapporto tra profezia e realizzazione tende a mutarsi nel rapporto tra storia e spirito .

Fonte: https://gpcentofanti.wordpress.com/2014/04/11/p-r-cantalamessa-quinta-predica-per-la-quaresima-2014-testo-della-catechesi/