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bibbia-e-rosario 264744ROMA, 3. È recuperando la bellezza della scelta di vita al servizio del Vangelo e attuando la missione che per i salesiani è quella di portare ai giovani l’amore di Dio che può derivare nuovo slancio e nuova spinta «affinché la nostra vita di consacrati sia autentica e diventi davvero una testimonianza credibile». Lo ha detto questa mattina a Roma il prefetto della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, cardinale João Braz de Aviz, nel suo intervento alla giornata di apertura del ventisettesimo capitolo generale dei salesiani di don Bosco.

Il porporato ha invitato a «vivere la profezia della comunione e della fraternità», ricordando che gli elementi fondamentali dell’identità di tutti i consacrati sono «la scelta di Dio espressa nella pratica dei consigli evangelici, la vita fraterna in comunità e la missione». Il capitolo generale, che concluderà i propri lavori il 12 aprile e ha come tema «Testimoni della radicalità evangelica. Lavoro e temperanza», è stato aperto dal discorso del rettore maggiore dei salesiani, don Pascual Chávez Villanueva, il quale ha sottolineato che «quello che ci preoccupa non è il futuro della congregazione, quasi fosse una questione di sopravvivenza, quanto piuttosto la nostra capacità di profezia, vale a dire la nostra identità carismatica, la nostra passione apostolica», cioè la vera rilevanza sociale ed ecclesiale. E identità carismatica e passione apostolica «vengono date da una “radicalità evangelica” che altro non è che la contemplazione di Cristo in una forma tale che ci permette di diventare, poco a poco, una sua fedele immagine». Sia de Aviz sia Chávez Villanueva hanno posto l’accento sul “f ru t t o ” della presenza di Cristo risorto in ogni vita comunitaria improntata alla comunione trinitaria e guidata dalla logica della croce: «Stare insieme “nel suo nome” — ha spiegato il cardinale prefetto — significa nel suo amore, nel compimento della sua volontà, sintetizzata in quel comandamento che egli stesso ha definito “suo” e “nuovo”». Radicalità evangelica (che trova la sua traduzione salesiana nel binomio lavoro e temperanza), ha osservato il rettore maggiore, «per tutti noi è un ritorno fecondo a Cristo, al Vangelo, alla fedeltà della sequela, ed è pure un ritorno allo specifico del nostro carisma. Andare alle radici della nascita della congregazione significa ringraziare Dio per don Bosco, per la sua maturazione spirituale e il suo percorso apostolico», significa «interrogarci sulla chiamata che Dio ci fa nel momento attuale e rispondere in questo momento storico, con fedeltà e generosità, ai bisogni dei giovani e alle richieste della società e della Chiesa». C’è un modello da seguire, “accattivante e carismatico”: quello introdotto nella Chiesa da Papa Francesco. Gesti, atteggiamenti, interventi profondamente rinnovatori, in grado — ha detto don Chávez Villanueva — di «illuminare le menti, riscaldare i cuori e irrobustire la volontà» per fare di tutti dei testimoni coraggiosi, «inviati al mondo, senza paura, per servire i più poveri ed emarginati e così trasformare questa società. Non credo che, come congregazione, possiamo restare indifferenti o distaccati» davanti alla proposta di una vera «conversione personale e pastorale». Ecco allora che il ventisettesimo capitolo generale «punta a qualcosa di nuovo e di inedito», spinti dall’urgenza della radicalità evangelica: «Siamo chiamati a tornare all’essenziale, a essere una congregazione povera per i poveri e a ritrovare ispirazione dalla stessa passione apostolica di don Bosco. Siamo invitati ad attingere alle fonti sorgive del carisma e, nel contempo, ad aprirci con audacia e creatività a modalità nuove per esprimerlo oggi», ha affermato il rettore maggiore, indicando nella vita di comunità, nei giovani e nella vocazione e formazione le tre principali sfide da affrontare, e nel carisma, nella fraternità e nella pastorale le tre dimensioni “ideali” che si dovrebbero concentrare in un bravo salesiano, «realmente l’anima» della propria comunità ispettoriale o locale. Alla giornata di apertura, a nome dei cardinali e vescovi salesiani — molti dei quali presenti — il cardinale Tarcisio Bertone, camerlengo di Santa Romana Chiesa, ha portato il messaggio nel quale si chiede di comunicare ai giovani «non i nostri scoramenti, le nostre crisi, ma la bellezza del Vangelo, la gioia del Vangelo», e di essere «educatori di vocazioni, attraverso l’attenzione costante alla crescita integrale». I salesiani sono chiamati a proporre ai giovani «mete desiderabili e figure positive di riferimento». Suor Yvonne Reungoat, superiora generale delle figlie di Maria Ausiliatrice, ha ribadito che essere testimoni di radicalità evangelica secondo la spiritualità e missione salesiana «non è opzionale ma è la più grande offerta che possiamo fare al mondo, specialmente ai giovani, i quali nelle loro contraddizioni nascondono un bisogno profondo di spiritualità, di riscoprire i valori autentici vedendoli incarnati nella parola, nel volto, nel gesto dei loro educatori». E in tal senso, anche per suor Reungoat, Papa Francesco è un esempio, perché «aiuta coloro che lo ascoltano a riscoprire che essere cristiani è qualcosa di immensamente bello». Al capitolo generale — aperto ufficialmente dal regolatore, don Francesco Cereda — hanno portato il loro saluto anche Noemi Bertola, coordinatrice mondiale dell’Associazione salesiani cooperatori, e Olga Krizova, responsabile centrale delle volontarie di don Bosco.

© Osservatore Romano - 4 marzo 2014