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exultet-baridi CRISTIANADOBNER

Gerda Walther è donna in cui abi-tano ben tre anime, attratte da tre ambiti ben precisi: la politica, in-tesa come socialismo, la filosofia e la psicologia, che per lei consiste nella fenomenologia e, come ulti-mo approdo, la religione. La sua biografia non è nota e per lo più sconosciute sono le sue opere. Non la si trova quasi mai citata, nemmeno tra gli allievi di Edmund Husserl, ma chi accosta i suoi scritti scopre ampiezza e sin-golarità di interessi, suscitati da esperienze di tipo diverso.
Nata nel 1897 a Nordrach, Walther proveniva da una famiglia legata al partito socialista e fu educata in un ambiente laico, per non dire completamente ateo. Ni-pote del politico danese Federik Bajer — premio Nobel per la pace (1908) — frequentò il ginnasio in Danimarca. Si trasferì poi in Ba-viera. A Berlino conobbe il circolo di Karl Kautsky e nel 1915, a Mona-co, militò nel gruppo giovanile del Partito socialdemocratico tede-sco. Nell’università di questa città seguì i corsi di Alexander Pfänder, dell’area fenomenologica, anche se non sulla linea di Edmund Husserl, e da lui fu avviata allo studio dei fenomeni della psiche. Si recò poi a Friburgo nel 1917 per seguire le lezioni di Husserl, tra-sferitovisi dall’Università di Got-tinga. Ella non apparteneva, per-ciò, «ai fedeli del primo ordine» — come amava dire celiando Adolf Reinach — i discepoli cioè della prima ora, quelli che a Gottinga avevano formato il famoso circolo e fondato la Società Filosofica nei primi anni del Novecento, cui pre-se viva parte invece Edith Stein. Tuttavia, Gerda Walther si sin-tonizzò subito con il metodo fe-nomenologico husserliano, tanto da comporre unS a c h re g i s t e r (indi-ce analitico) dei termini usati dal “m a e s t ro ” nel primo volume delle Idee. Anche il contatto con Edith Stein, che in quegli anni era assi-stente privata di Husserl e atten-deva al gruppo dei novizi che chiamava K i n d e rg a r t e n , fu per Gerda Walther di fondamentale importanza. L’indagine dei vissuti, condotta tanto da Husserl quanto da Edith Stein, la sollecitò ad adottare il punto di vista trascendentale anche nel suo esame della società, nell’articolato saggio On-tologia delle comunità sociali, in cui dedicava un’appendice alla «feno-menologia degli atti sociali». L’autobiografia di Walther por-ta il titolo Al l ’altra sponda: ella non “c e rc ò ” ma “ricevette” le di-mensioni e le esperienze “o cculte”, che contribuirono ad aprire in lei la dimensione religiosa, cioè l’“al-tra sponda”. In questo percorso spirituale travagliato venne seguita dallo «tzigano» cioè da quel gran-de filosofo e ardente violinista che fu il padre gesuita Eric Przywara. E fu un percorso che nel 1944 sfo-ciò nella conversione al cattolice-simo. Formatasi alla scuola di Alexander Pfänder, si ritrova for-nita di una strumentazione psico-logica notevole, così da potersi ac-costare alla psicopatologia, ai di-sturbi dell’anima, alla psicoanalisi e alla parapsicologia. La sua stessa esperienza la sollecita a voler comprendere e ad andare in fon-do, per quanto sia possibile, alla questione. Quindi fora il muro positivistico e materialista, per sfociare dove? La strumentazione affinata pre-senta due volti. Quello filosofico fenomenologico e quello dell’ana-lisi dei disturbi psichici, cioè para-normali e mistici, e la ricerca si ar-ticola su due assi: l’essenza fonda-mentale della persona o nucleo della personalità e Dio come fon-damento della persona. Il suo in-tento è l’indagine su una “re g i o -ne”: la “realtà del divino”, però da un punto di vista particolare, la mistica. Che cosa si intende per mistica? Esiste un approccio al tema detto “p erennialista” — ben descritto da Alois M. Haas — che oltrepassa i tempi e l’esperienza dei mistici, e risulta una sorta di gettata espe-rienziale, omogenea e trascenden-te, in cui non conta la cultura del tempo ma la psicologia empirica, senza una ricerca filologica e stori-ca. Karl Jaspers invece ritiene che si debba procedere nell’osservazio-ne del soggetto e quindi sul terre-no dell’esperienza soggettiva e tangibile. È possibile allora defini-re la mistica? Il terreno è indubbiamente mi-nato e vastissimo. Si può provare, però, almeno a circoscrivere il te-ma, per comprendere l’ambito in cui ci si muove: mistica quindi co-me esperienza interiore, esito di un contatto, di una presenza altra. Indubbiamente è un’esp erienza eccedente che supera il mondo del rito e che acquista dicibilità teolo-gica e teologale. Esistono diversi tipi di mistica: illuminata, emozionale, naturale o della natura e bisogna tenere pure presente la differenza fra mistica e pensiero, conservando la distinzio-ne fra gli ambiti. La mistica, affer-ma Paola Ricci Sindoni, «si offre, specie nel nostro Novecento, co-me percorso spirituale di grande intensità religiosa, e anche come terreno e incredibile banco di pro-va per la filosofia e la teologia». L’Altro e il nulla, la creatura, si incontrano, per iniziativa dell’Al-tro stesso. Mistica allora intesa come “ol-t re ” quanto è sensibile e tangibile, che si spinge verso il mistero di Dio o, meglio, promana da Dio stesso. Una soglia in cui avviene un incontro con Dio, per-sona a persona. La ricerca di Gerda Walther è stata stampata nel 2008, con il titoloFe -nomenologia della mistica, per i tipi di Glossa quale prima traduzione italiana nella versione rigorosa di Lucia Parrilli Fina e Manuela To-nelli e in veste editoriale curata e corredata da una notevole intro-duzione di Angelo Radaelli. La presentazione dell’autrice stessa, nell’edizione del 1955, delu-cida chiaramente la genesi e la prospettiva dell’indagine: «Questo libro è nato dalla ricerca della ve-rità e della realtà del divino. Ave-vo ricevuto un’educazione assolu-tamente atea, nel senso del mate-rialismo scientifico e storico-mar-xista, nonostante ciò — o forse proprio per questo — già nella mia giovinezza la vita, quanto più era lunga, tanto più mi appariva priva di senso, non degna di essere vis-suta, se non fosse esistito almeno qualche cosa di ciò che allora mi era stato presentato come “f ro t t o l e di preti”, “autoinganno di gente in fuga dal mondo”, “manifestazione decadente di quei ceti sociali il cui compito storico volgeva alla fine”. Dunque “partii”, alla ricerca di questo mondo religioso. Attraver-so vari vissuti personali mi con-vinsi sempre più che proprio qui si trova la realtà più alta, la verità ultima. Poiché non avevo ricevuto alcuna istruzione religiosa, tutto mi era così nuovo ed estraneo che non volevo poggiarmi solo sulle mie proprie esperienze; cercai per-ciò altre persone cui erano toccate esperienze dello stesso tipo. Così approdai al mondo dei mistici, so-prattutto alla grande santa Teresa d’Avila, ma anche a molti altri, su cui erano state scritte monografie o profili sintetici». Quando nel 1923 lo studio ven-ne pubblicato, Walther sottolineò che il venerato maestro Edmund Husserl «pensava che l’unica cosa reale fosse il fare esperienza dei mistici, il loro amore ardente, ma non il suo “oggetto”», ma nonostante questa sostanziale differen-za egli non apparteneva alla schie-ra di coloro che la contrastavano, argomentando che santa Teresa fosse da considerare “isterica”. L’originalità dell’approccio con-siste in quella che l’autrice teme venga definita “un’impresa teme-raria”, perché si serviva di un me-todo razionale per sottoporre a esame quanto è nascosto e, appa-rentemente, irrazionale. Con un taglio preciso «completamente li-bero da ogni pregiudizio, esatta-mente così come si presenta nell’esperienza di coloro che han-no avuto vissuti mistici». Entra quindi in «un reale fare esperien-za di Dio, in cane e ossa». Walther paragona «la persona umana a un’antica lampada, l’io-centro è simile al lucignolo che ar-de, che manda in primo luogo la sua luce verso l’esterno e illumina la zona circostante. Il lucignolo nuota nel liquido combustibile — in passato era per lo più olio — da cui trae la forza di illuminare e bruciare. All’interno di questo li-quido è più o meno libero di muoversi. Questo liquido corri-sponde al “sub conscio”, al “g re m -bo dell’e s s e re ”, alla parte della psiche più intima, al “sé” o come lo si voglia chiamare. Se la fiam-ma è tranquilla e il liquido abba-stanza trasparente, la luce può al-lora illuminare anche il suo inter-no, rischiararlo, così che si può ri-conoscere come è fatto interna-mente, e vedere che cos’a l t ro eventualmente vi galleggia. Il tut-to è racchiuso in un contenitore, ossia la lampada in senso proprio; questa è simile al corpo, in cui noi come esseri psichico-spirituali sia-mo immersi. Evidentemente, nel nostro corpo non c’è divisione spaziale tra psiche e spirito, esso somiglia piuttosto ad un recipien-te poroso; dunque, il recipiente porta al suo interno il liquido, lo racchiude separandolo dall’ester-no, anche se forse una minima parte del liquido, quasi trasudan-do si disperde nell’ambiente»

© Osservatore Romano - 17-18 agosto 2012