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 di Hans-Ulrich Weidemann 

Nel manoscritto sull'Ekklesìa e in altre pubblicazioni, Erik Peterson si avvale nelle proprie analisi di una terminologia desunta dal diritto pubblico in vigore nella sfera profana:  Ekklesìa è l'"assemblea" dei cittadini di una città Stato (pòlis) dotati di pieni diritti. 
Solo in riferimento a queste categorie desunte dalla sfera politica sono comprensibili, secondo Peterson, alcune formulazioni adottate da san Paolo, come per esempio il fatto che i corinzi si riuniscano "secondo la forma legale della Ekklesìa"" (1 Corinzi, 11, 18). Questo riferimento è determinante per comprendere perché l'Ekklesìa possa sancire atti giuridici, celebrare azioni di culto legalmente valide e fruire di una dimensione pubblica. 

 Queste categorie provano, secondo Peterson, che i cristiani appartengono a un nuovo ordine, esprimibile unicamente con il ricorso a nozioni del diritto pubblico. Nel definirsi come Ekklesìa i primi ebrei che credono in Cristo non si contrappongono solo alle sinagoghe ebraiche (intese sia come comunità che come edifici), ma intendono soprattutto differenziarsi rispetto alle antiche associazioni di culto o misteriche:  avanzano cioè la pretesa giuridica di appartenere alla sfera pubblica. Il termine Ekklesìa viene da loro ripreso non tanto nel significato acquisito durante il periodo aureo della democrazia attica, quanto invece in quello inerente alla ekklesìa ellenistica del periodo imperiale romano. Quest'ultima non era sovrana, ma si limitava a esprimere la compartecipazione del popolo agli atti della postulatio o del consensus

Tale forma partecipativa viene materialmente articolata nel grido delle acclamazioni (documentato dall'uso dell'"Amen" o della formula "Signore è Gesú" in vigore nella Chiesa antica) e concretizza un atto giuridico essenziale ai fini della validità del culto. In analogia a quella profana, l'Ekklesìa cristiana è inoltre subordinata a istanze superiori:  l'assemblea pubblica non esiste a prescindere da colui che la presieda. 
Di riflesso l'affermazione centrale del manoscritto petersoniano va colta nello stretto rapporto di contestualità esistente tra la nozione di Ekklesìa e la sfera del diritto pubblico:  l'antica ekklesìa è un'istituzione della pòlis. "Una ekklesìa profana esiste unicamente se esiste una pòlis. La pòlis è l'elemento fondativo cui fa riferimento l'ekklesìa". Ekklesìa e pòlis sono tuttavia realtà correlate e non identiche:  l'ekklesìa infatti non è una "comunità" (nel senso politico del termine), ma una istituzione della pòlis. Questo "ineliminabile contesto" rilevato tra la pòlis e l'ekklesìa sulla base della terminologia giuridica induce Peterson a porre in evidenza la funzione svolta dalla città celeste nel pensiero dei primi cristiani. 
La principale testimonianza da lui addotta è il passo 12, 22-24 della Lettera agli Ebrei, in cui "la pòlis del Dio vivente, la Gerusalemme celeste" viene evocata contestualmente all'assemblea celebrativa del mondo celeste, composta da miriadi di angeli e "dall'assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli" (Ebrei, 12, 23). Le altre testimonianze addotte sono la minuziosa descrizione della Gerusalemme celeste che cade dal cielo sulla terra fornita dall'Apocalisse e da due passi tratti dalle lettere paoline:  quello relativo alla "Gerusalemme che è in alto" citata contestualmente all'allegoria, di non facile interpretazione, di Agar e Sara (Galati, 4, 21-31) e quello riferentesi al "nostro diritto di cittadini del cielo" (Filippesi, 3, 20 segg.). 
L'Ekklesìa cristiana esiste pertanto da quando è stata fondata la città celeste. Il significato trascendentale che investe la categoria di Chiesa si fonda quindi sul fatto che la Ekklesìa cristiana è da sempre connessa alla città celeste. Su questa chiara distinzione tra l'Ekklesìa e la pòlis si fonda peraltro secondo Peterson la natura della liturgia cristiana. Una volta proclamato sovrano del cosmo, Gesù Cristo diviene "una persona pubblica" - la persona giuridica del Kyrios; è da questo momento che l'Ekklesìa terrena viene chiamata a costituirsi in assemblea per partecipare al culto della pòlis celeste. 
Peterson ha scoperto tra la Chiesa e la città celeste una correlazione e una differenziazione che sono state in gran parte rimosse dall'esegesi e dalla teologia. Si tratta invece di proposte interpretative che presentano tuttora un notevole significato, per quanto altre tesi formulate da Peterson in questo contesto negli anni Venti possano essere riprese solo con una certa distanza critica. 
Valga un esempio. Difficilmente sono oggi condivisibili sia il ricorso fatto da Peterson alla categoria della ekklesìa, intesa nel senso del diritto pubblico, per illustrare il distacco degli apostoli dall'ebraismo, sia la conseguente affermazione che la ekklesìa è per sua natura chiesa dei gentili. Le ricerche condotte sull'ebraismo ellenistico e sul giudeo-cristianesimo nonché l'attuale dibattito sulla "separazione delle vie" prese dalla Chiesa e dalla Sinagoga hanno creato le premesse per iscrivere questi temi in un nuovo orizzonte di riferimento. Quanto Peterson ha convalidato in anticipo sui suoi tempi è l'esperienza che la ricerca sulla categoria di Ekklesìa in uso nel cristianesimo antico è sempre connessa in un qualche modo alla riflessione che la Chiesa fa sulla propria natura. 


(©L'Osservatore Romano - 23 luglio 2010)