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"Sono situazioni che fanno capire il disagio enorme che viviamo nei penitenziari, sia per quanto riguarda la sanità, sia per quanto riguarda la scarsa attenzione nei confronti delle persone detenute. Tutto ciò rientra nella mancanza di interventi, risorse umane e finanziarie sul carcere". Così don Sandro Spriano, cappellano della sezione maschile del carcere romano di Rebibbia, commenta al SIR due vicende drammatiche molto diverse, accomunate però dall'ingresso nel mondo del carcere: la morte, in circostanze poco chiare, di Stefano Cucchi, il giovane romano di 31 anni, arrestato perché in possesso di 20 grammi di hashish e 2 di cocaina, e il suicidio a Rebibbia della brigatista Diana Blefari, che soffriva da tempo di gravi problemi psichici. "Chi lavora in carcere lo fa con tanta buona volontà - afferma don Spriano in un'intervista che sarà pubblicata sul prossimo numero di SIR Italia - ma manca una politica che legiferi in maniera più saggia. Questi detenuti non sono numeri, ma persone ammassate nelle celle". Secondo il cappellano di Rebibbia, "la morte di Stefano Cucchi forse si poteva evitare". "Siamo di fronte ad un giovane che viene arrestato e perde la vita in una situazione in cui ancora non si spiega - osserva don Spriano -. Bisogna capire se c'è qualcuno che ha la colpa di averlo ridotto in quello stato, e se i medici hanno fatto il possibile per comprendere la gravità della situazione". "Noi verifichiamo quasi tutti i giorni che arrivano persone già malmenate prima di entrare in carcere - aggiunge - e i medici si affrettano a dire: è arrivato così". Per prevenire gli abusi, ad avviso del sacerdote, bisogna vigilare "con le modalità che già usiamo negli ambienti carcerari, dove cerchiamo di dialogare e rafforzare la nostra presenza per essere anche una sorta di «sentinelle» nei confronti di chi ha la responsabilità della custodia e della sicurezza. In questo modo molti arrivano a capire che il detenuto è una persona e non un numero".
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