La continuità della liturgia per resistere alla persecuzione sovietica
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di Adriano Roccucci Sono passati trent'anni dalla scomparsa del metropolita di Leningrado e Novgorod, Nikodim (Rotov), che il 5 settembre 1978 morì a Roma durante l'udienza concessagli dal neoeletto Giovanni Paolo i. La figura del metropolita, protagonista della vita dell'ortodossia russa nei difficili anni Sessanta e Settanta, e artefice di una rete di relazioni ecumeniche che ha connesso il patriarcato di Mosca alle principali Chiese cristiane, è stata oggetto delle valutazioni più diverse. Con l'aumentare della distanza temporale si rende necessaria una interpretazione storica della sua complessa personalità e del suo ruolo nelle vicende della Chiesa russa e in quella del cristianesimo nel xx secolo.
Nikodim, negli anni della nuova offensiva antireligiosa di Chruscèëv, ritenne che le relazioni internazionali ed ecumeniche della Chiesa costituissero un'opportunità preziosa per rafforzarne il profilo di fronte allo Stato. Più il patriarcato di Mosca avrebbe stretto rapporti a livello internazionale, minore sarebbe stato il rischio di una ripresa di persecuzioni cruente, quali quelle che erano state conosciute dalla Chiesa russa negli anni Venti e Trenta: tale era la sua convinzione.
L'obiettivo congiunturale della politica sovietica era di evitare la formazione di un fronte avverso di forze religiose. Nikodim riuscì a coniugare tali interessi con esigenze di lungo periodo dell'ortodossia russa, tese a evitare il pericolo di un suo isolamento nel campo delle relazioni intercristiane. L'ingresso da protagonista del patriarcato di Mosca nei rapporti tra le Chiese cristiane, con l'adesione al Consiglio ecumenico delle Chiese e l'invio di osservatori al Concilio Vaticano ii, secondo la visione del metropolita, avrebbe spezzato l'isolamento e avrebbe posto la Chiesa russa al centro delle relazioni fra le Chiese cristiane. Nikodim, come è noto, riuscì nel suo intento e la sua strategia ebbe successo.
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