Dio non si lascia intrappolare
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di CELSO MORGA IRUZUBIETA * La disposizione d’animo con cui i presbiteri sono sempre pronti a cercare non il compimento della propria volontà, ma quella di Colui che li ha inviati, è la prima tra le virtù che il decreto conciliare Presbyterorum ordinis (n. 15) indica tra quelle di speciale importanza spirituale. Si tratta di un punto chiave nella vita sacerdotale, dal quale dipende niente meno che la felicità umana e soprannaturale del ministro e la riuscita piena del servizio specifico che il sacerdote presta alla comunità ecclesiale. Tutta l’esortazione apostolica Evangelii gaudiumdi Papa Francesco si nutre di questa linfa dello spirito di servizio per portare a compimento l’annuncio del Vangelo nel mondo attuale. Fissiamo lo sguardo particolarmente al n. 104, proprio quando il Pontefice pone sul tappeto le rivendicazioni dei diritti delle donne che pongono alla Chiesa domande profonde che la sfidano e che non si possono superficialmente eludere: «Il sacerdozio riservato agli uomini, come segno di Cristo Sposo che si consegna nell’Eucaristia, è una questione che non si pone in discussione, ma può diventare motivo di particolare conflitto se si identifica troppo la potestà sacramentale con il potere». La potestà sacerdotale si trova nell’ambito della “funzione”, non della dignità e della santità. Gesù arricchisce il suo popolo con un modo nuovo e sostanzialmente diverso di partecipazione al suo unico e supremo sacerdozio, ma la dignità viene dal battesimo, che è accessibile a tutti. Quindi sarebbe uno sbaglio fondamentale pensare o vivere il sacerdozio ministeriale come un’esaltazione o una questione di prestigio umano. Tanto questa uguaglianza radicale, come anche la diversità funzionale, hanno come fondamento la natura stessa della Chiesa voluta da Cristo.