Il sacerdote letterato
- Details
- Hits: 1853
di CLAUDIO TOSCANIBassa pavese anche Albuzzano, dove nasce. Ma studierà nel seminario diocesano del capoluogo e, ordinato sacerdote nel 1910, subito la grande occasione: il vescovo di Cesena, originario di Pavia, monsignor Giovanni Cazzani, lo chiama a insegnare lettere nella sua città dove, con la discrezione e l'umiltà più assolute, "regna" Renato Serra, il principe della critica italiana di primo Novecento, che dalla prestigiosa "Malatestiana" irradia intelligenza ermeneutica e giudizio creativo su poesia e prosa nostre e d'Europa. Serra, che morirà prematuramente sul Padgora nel 1915, lo accolse, lo incoraggia, lo presenta ad amici e sodali, diventando suo indimenticabile maestro in "saper leggere" e fratello in quell'Esame di coscienza intellettuale e morale che fu antesignano punto d'avvio metodologico di "Letteratura e vita": quel tratto intimo e delicato di accostarsi ai testi attraverso l'intuizione, la captazione fulminea e illuminante, la sensibilità umana e umanistica.
Cappellano militare degli alpini nella Grande guerra, quando ci si parlava da trincea a trincea, in un arcobaleno di voci, don Cesare è nel 1919 docente in seminario a Pavia, poi, nel 1924, responsabile culturale dell'Opera Cardinal Ferrari (dove dirige la sezione culturale della rivista "Il Carroccio"), infine, dal 1939 al 1961 (anno in cui, da monsignore, si ritira a vita privata), rettore dell'Almo Collegio Borromeo o, come lui lo chiamava, "casa della sapienza".
Ma c'è molto presto nella mente, nel cuore e nella penna di Angelini, un "maestro dei maestri", il Manzoni, vita e libri, storiografia e valori religiosi, cui si abbandonerà con l'intellettuale devozione dovuta a un "santo" della letteratura, dedicandogli una serie di volumi di esemplare limpidezza espressiva, calando in profondità non di rado intertestuale da ogni supposta superficie, legando l'una all'altra ogni opera del Gran Lombardo per temi, motivi, ideali e passioni, con il gusto di una lingua attiva e corrente, quel "linguaggio dipinto" che era unicamente suo. "Manzoni ci darà da fare per tutta la vita", fu la sua previsione fin dall'inizio, che si compì in seguito tra il suo iniziale Il dono del Manzoni (1924), il celebre Invito (1936) e, via via, la monumentale monografia del 1942, L'osteria della luna piena (1963), i Capitoli vecchi e nuovi (1966), e le terminali Conclusioni (1974).
Serra era stato il laico "beato" nel fermo splendore delle sfere più alte dell'esegesi; Manzoni gli si poneva a fianco, per superarlo, come miracolo d'anima e di stile, di eticità e impegno, spiritualità e scrittura, punto d'arrivo di sette secoli di patrie lettere. Ma come accanto ai due intangibili modelli seppe mettere nei suoi studi molti altri nomi fra i più incisivi della nostra letteratura (da Dante a Foscolo, da Monti a Pascoli, da Croce a Cattaneo, da Leopardi a Carducci e fino a D'Annunzio), così attorno a lui, "uomo piccolo come uno scricciolo vestito da prete", occhi azzurri e falsa parvenza di settecentesco abatino, non fece fatica a crescere un gran numero di amici: Papini, Soffici e Palazzeschi; Prezzolini, Cecchi, Moretti e Bacchelli; Falqui, Baldini, Raimondi e don De Luca. Al pari crescevano i libri, in francescana prodigalità e sobria effusione, schietto abbandono alla Bellezza nella forma cristiana del dono.
Intanto, anni che corrono in parallelo ossequio alla responsabilità pastorale e agli interessi letterari: anni che trascorrono tra frammentismo autobiografico, scapigliato e regionalistico della "Voce" e quello nascente e classico-formale della "Ronda", le due riviste di cui don Cesare visse una vicenda di transito e d'unione insieme, lui "purista" dalla pagina elegante e compita, limpida e cordiale, tra tesoro della lingua contro le foglie secche dell'accademismo. Una presenza, la sua, di segreta sapienza e di sottili polemiche, ora nascoste ora audaci, ora affioranti in istintive arrabbiature, come contro il Manzoni di Moravia, o l'ermetismo ("espressione del più esasperato individualismo" e "sensualismo verbale"), o il D'Annunzio "puro esteta che tutto tocca e scioglie sub specie pulchritudinis".
Sorridente e spesso estasiato, era pure trasparentemente malizioso, esigente, perplesso; dissenziente, mordace, irriducibile, tra saggia indignazione e candido sdegno, arguzia fraterna ma "moschettiera", come la chiamò da suo ammiratore Luigi Santucci. Qualcuno, al contrario, lo definì, sopra le righe, "cruscaiolo fanatico" e "gelido parnassiano": proprio lui che non nascondeva la sua emotiva venerazione, nonché geloso affetto, per i suoi "carissimi" autori, trascorrendo da crepitii sentenziosi a folgori epigrammatiche, da poesia del paesaggio a prosa quasi orale di ventilata e serena duttilità.
Gelida sarà poi la critica d'oggi, a fianco della sua, tutta vibrante della vitalità formale dell'opera e delle soluzioni creative dell'autore, che lui fece in tempo a "vedere" come fibra combusta di strutturalismi in eclisse, decostruzionismi in affanno, tabulati statistici e mappe attanziali. Critica per lui era "sugo" di dialogo tra scrittore e lettore, fusione di coscienza estetica e morale in attesa di un'arte che risultasse questione d'anima e canto, umana ragione e superiore richiamo alla verità. Aveva inteso la lezione crociana, è vero, ma seppe piegarla in senso cristiano e spiritualista tanto da mutarne segno e direzione. Ma aveva ancor più ospitato in sé quella manzoniana, inossidabilmente morale e, alla fine, non altro che fermamente e rigorosamente cattolica.
I libri, si diceva. Tanti: raccolte d'articoli di taglia elzeviristica (che erano propri all' atelier saggistico di Angelini), ma anche studi organici storico-critici (perché non scorrerli in questo rivelante www.cesareangelini.it che troviamo in rete?).
Ma se si evidenzia il fervido accanimento dei libri manzoniani, non si può tacere né di Santi e poeti (dove si apprende che la migliore poesia è figlia della preghiera), né di Notizie di poeti, tantomeno di Vivere con i poeti. Se si sottolineano titoli di ponderosa solidità critica e culturale come Nostro Ottocento o come Carriera poetica di Vincenzo Monti, per non tacere di Notizia di Renato Serra; ecco in dirittura d'arrivo i libri della sua sensibilità religiosa, dove il letterato conferma il sacerdote. E sia I doni del Signore, sia Testimonianze cattoliche o Il regno dei cieli, sia Parabole e fasti del Vangelo o Quattro santi e un libro, fanno compagnia anche oggi trasparendo il volto, lo stile, la parole di don Cesare; il suo apostolato di promozione e lo spasimo d'amore verso l'arte, la poesia, l'armonia: i ritmi, i colori, le fragranze.
Tutto o quasi come in quell'indimenticabile Invito in Terrasanta, che resta un vademecum dell'anima, colto all'ala dei salmi e dei versetti evangelici, mosso da vibrante commozione mistica, soavità, beata delizia in non meno beata speranza. Tutto o quasi come in La vita di Gesù narrata da sua madre: titolo programma per una inedita, originale epifania esistenziale e sacrale della figura di Cristo. Prima che la sua bassa pavese lo riassorbisse nel ritiro familiare di intime geografie naturalistiche e metafisiche.
(©L'Osservatore Romano 4 agosto 2011)