Compromesso cattolico e teologia
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D. Massimo Lapponi O.S.B. L’accusa spesso rivolta alla Chiesa cattolica dai dissidenti di tutti I tempi, e specialmente dai protestanti, di essere scesa a compromesso con le realtà terrene, siano esse rappresentate dal denaro dal piacere o dal potere, fino al punto di aver contaminato con l’amore per questo mondo la propria dottrina, la propria pratica sacramentale e la propria morale, potrebbe paradossalmente rovesciarsi nell’argomento più convincente a favore del cattolicesimo. Cominciamo con l’osservare che il fatto in se stesso è innegabile: nella sua lunga storia il peso del suo costante confronto con il mondo e con la sue varie realtà ha necessariamente portato ad un continuo accomodamento, a volte più a volte meno equilibrato, con la “mondanità’”. Le varie forme di dissidenza hanno tutte una storia assai più breve e limitata della Chiesa cattolica e, indipendentemente dalla loro dottrina spesso sorta in contrapposizione con la “mondanizzazione” della Chiesa, non hanno avuto la medesima estensione e la medesima continuità nel tempo per poter acquisire un paragonabile coinvolgimento nella realtà mondana.
Ma osserviamo: la “mondanizzazione”, persino quando supera certi limiti e giunge fino al peccato, conserva nel suo fondo una certa misteriosa armonia con i due principali fondamenti della dottrina biblica: la creazione e l’incarnazione. Se la prima ci dice che, di là da ogni abuso, il mondo creato in se stesso è “molto buono”, la seconda ci suggerisce che ogni bontà creata era preordinata a culminare nell’assunzione della natura umana nella persona del Figlio di Dio. Anche dunque senza poterne dare subito la spiegazione teologica, l’assunzione di tante realtà mondane nella pratica, nel sentire, nel linguaggio, nella liturgia, nella dottrina della Chiesa procedeva da un’intuizione connaturale alla natura umana: che Dio, pur se assolutamente trascendente, rivela se stesso all’uomo necessariamente attraverso tutto ciò che è umano – e tutto ciò che è umano lo sarà sempre, anche nell’eternità, come dimostra la dottrina della risurrezione della carne.
Veniamo al caso in un certo senso paradigmatico: la mariologia. In questo ambito la Chiesa ha accettato una vastissima pratica di costume, di linguaggio, di sentimento, di culto senza darne, spesso per secoli, la completa giustificazione dottrinale. Qui il sentimento popolare ha prevalso su ogni altra considerazione più che in ogni altro ambito, e probabilmente ancora su molti punti non si è potuto tutto giustificare dal punto di vista teologico. Ciò non significa però che si sia ceduto all’arbitrio, ma soltanto che il mistero è così vasto e profondo che forse tutto il tempo della storia umana non basterebbe per scandagliarlo fino in fondo. Il sentire popolare però non ha bisogno di spiegare a se stesso le sue ragioni teoriche per andare con sicurezza nella giusta direzione: “securus iudicat orbis terrarium.”
Ma vediamo, se possibile, di penetrare anche con la riflessione nel mondo misterioso dell’intuizione popolare. Se prendiamo il testo della Salve Regina, penso che si possa tranquillamente affermare che, benché esso risuoni da secoli sulle labbra di tutto il popolo cattolico, molte delle sue frasi non sono state mai comprese fino in fondo nel loro valore dottrinale. Consideriamone alcune: madre di misericordia, vita, dolcezza, speranza nostra. Si potrebbe dire che la misericordia è per eccellenza un attributo divino – biblicamente fondato – che ragione c’è dunque di attribuirlo ad altri? Allo stesso modo la nostra vita è Cristo, non Maria, e ugualmente lo sono la dolcezza e la speranza. Possiamo rispondere: l’uomo però è uomo, e fin dall’origine del mondo Dio gli ha rivelato il mistero della misericordia, della vita, della dolcezza, della speranza per il tramite della creazione della donna. Tanto ciò è vero che in Isaia si promette che la consolazione di Dio avrà i caratteri della consolazione di cui l’uomo da sempre ha fatto esperienza attraverso la donna. Questa profezia non doveva essere soltanto metaforica: l’incarnazione di Cristo doveva dare a tutta la realtà umana il suo pieno valore di presenza di Dio nella carne, non soltanto perciò nella carne dell’uomo-Cristo, ma necessariamente anche nella carne della donna-Maria. Certamente Maria riceve da Cristo la sua partecipazione alla vita divina, ma vi partecipa in quanto donna destinata ad esprimere la divinità attraverso la propria natura, che nei confronti di Cristo è in primo luogo materna. Certamente Cristo non sarebbe vero uomo se non avesse un rapporto essenziale con una madre. Ciò vuol dire che l’umanità di Cristo non potrebbe comunicare in modo adeguato la presenza della divinità nell’umanità senza la presenza, accanto a lui, della madre Maria.
Se poi consideriamo il fatto, veramente tragico, che come nessun’altra cosa è la centro più profondo dell’esperienza e umana, dell’enorme negatività che pesa sulla storia umana a causa della degenerazione peccaminosa dell’amore tra l’uomo e la donna – e quindi della negatività che troppo spesso assume la figura della donna – non ci stupisce il fatto che il sentimento spontaneo del popolo cristiano – e non solo cristiano, e non solo esplicitamente credente e religioso! – veda in Maria la luce della salvezza e il segno vivente del vero amore e della vera donna: “A te ricorriamo, esuli figli di Eva; a te sospiriamo, gementi e piangenti, in questa valle di lacrime!”
Una volta fatti questi chiarimenti, non è strano che ci si rivolga a Maria come alla nostra avvocata – capace di interpretare la radice non malvagia anche delle nostre intemperanze – e che la imploriamo che, nella misericordia che Dio ha impresso nei suoi occhi perché la divina hesed penetrasse nella più viva esperienza umana, voglia mostrarci come il culmine e l’aspirazione dell’amore materno sia di donare a tutti gli uomini e di rischiarare con la sua stessa presenza la vita divina accolta sostanzialmente nel suo figlio Gesù.
© http://www.legnostorto.com - 27 luglio 2011