E il confessore di Cavour chiese clemenza a Leone XIII
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Il confessore di Cavour frate Giacomo da Poirino alla fine chiese perdono. È quanto emerge dalla supplica inedita firmata nel 1882 dal religioso, francescano riformato, al secolo Luigi Marocco, che invocava la clemenza di Leone XIII per il comportamento tenuto nel 1861 e per il quale era stato sospeso a divinis.
Gli antefatti sono noti. Alla fine del maggio 1861, colto da un malore improvviso, il conte Camillo Benso di Cavour si ritrovò in fin di vita. A un passo dalla morte, il 5 giugno, fu chiamato al suo capezzale fra Giacomo, rettore della parrocchia della Madonna degli Angeli a Torino, vicina alla casa dei Cavour, per l'amministrazione dei sacramenti. C'erano, però, dei problemi.
Il conte era irretito dalla scomunica con la quale, il 26 marzo 1860, Pio IX aveva colpito quanti avevano cooperato all'invasione dello Stato Pontificio. Secondo la bolla papale, per essere autenticamente assolto in punto di morte e sciolto dalle conseguenze della sanzione che rendeva nulla la ricezione dei sacramenti, ogni penitente doveva compiere una pubblica ritrattazione dei gravi atti compiuti contro la Chiesa. Solo allora la confessione sarebbe stata valida e l'assoluzione efficace.
Dinanzi al morente, però, fra Giacomo non si attenne alle norme pontificie. Anziché chiedere la ritrattazione, decise di procedere subito con la confessione, impartendo l'assoluzione e amministrando, per il tramite di un suo vicecurato, il sacramento dell'Eucarestia. All'indomani, 6 giugno 1861, il conte morì.
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