Chiara Badano e la luce dello Spirito
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Davanti a migliaia di fedeli giunti da ogni parte del mondo e con i giovani in prima linea, monsignor Amato, in rappresentanza di Benedetto XVI, ha iscritto il nome di Chiara nell'albo dei beati. È la prima volta che un'appartenente al Movimento dei Focolari viene elevata all'onore degli altari.
"L'invito a ritrovare l'entusiasmo della fede - ha detto il presule - è rivolto a tutti, ai giovani anzitutto, ma anche agli adulti, ai consacrati, ai sacerdoti. A tutti è data la grazia sufficiente per diventare santi. Rispondiamo con gioia a questo invito di santità e ringraziamo Benedetto XVI per il dono della beatificazione della nostra Chiara Luce", come amava chiamarla la fondatrice dei Focolari Chiara Lubich. "Si tratta - ha proseguito - di un segno concreto della fiducia e della stima che il Papa ha nei giovani, nei quali vede il volto giovane e santo della Chiesa".
La spiritualità focolarina è stata vissuta dalla nuova beata in maniera esemplare. A questo proposito, l'arcivescovo ha sottolineato come "l'abito nuziale col quale Chiara andò incontro al Signore Gesù era impreziosito dai "sette diamanti" della spiritualità cristiana e focolarina: Dio Amore; fare la volontà di Dio; Parola di vita vissuta; amore verso il prossimo; amore reciproco che realizza l'unità; presenza di Gesù nell'unità". "Ma c'è - ha aggiunto - un settimo diamante, il più prezioso, che brilla più degli altri, ed è l'amore a Gesù Crocifisso e abbandonato". Questo - secondo Chiara Lubich - è "il cardine principe, che riassume la spiritualità focolarina e che la beata ha interpretato al meglio. L'amore a Gesù abbandonato le infuse quell'energia spirituale, quella grazia capace di sopportare ogni avversità".
Monsignor Amato ha poi ripercorso le tappe della malattia che colpì la giovane Chiara e che in poco tempo la condusse alla morte. "Colpita a sedici anni da osteosarcoma - ha detto - accetta la croce con dolore, ma con serena fortezza: "Non ho più le gambe e mi piaceva tanto andare in bicicletta, ma il Signore mi ha dato le ali". Soffriva, ma l'anima cantava. Rifiuta la morfina perché - diceva - "mi toglie lucidità e io posso offrire a Gesù soltanto il mio dolore". Alla fine di dicembre del 1989, quando la malattia la stava divorando, riceve da Chiara Lubich la "Parola di Vita": "Chi rimane in me ed io in lui, questi porta molto frutto" (Giovanni 15, 5). Il 26 luglio dello stesso anno, la Lubich le dà un nome nuovo, "Luce". Nome indovinatissimo perché Chiara era un'esplosione di luce divina, che sorprendeva tutti, giovani e adulti. Diceva spesso: "Gesù è da amare e basta". E fin da piccola, fu generosissima nel corrispondere all'ideale dell'amore di Dio e del prossimo".