L'uomo in cammino e il pellegrinaggio
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Aeroporti sovraffollati, stazioni intasate e autostrade dove si cammina a passo d'uomo. Sono queste le immagini che giungono nei giorni in cui milioni di persone partono per il meritato periodo di riposo dalla fatica quotidiana del lavoro. In queste condizioni non sempre la partenza per le vacanze è vista come un momento di rilassamento; spesso diventa motivo per ulteriore stress; eppure, il pensiero di raggiungere la meta agognata fa dimenticare anche la fatica. Appartiene alla natura dell'uomo mettersi in cammino.
Il progresso tecnologico ci ha fatto dimenticare l'importanza del percorrere a piedi anche lunghi tratti di strada; quando questo avveniva, la gioia per il percorso compiuto era immediata e la gratifica che ne derivava, suscitava maggior entusiasmo per la conquista di una tappa ulteriore. L'homo viator potrebbe essere una delle intuizioni più significative per valutare le profondità nascoste dell'essere umano e verificare quanto, nel mistero che lo costituisce, quello del raggiungere una meta sia tra le finalità più coerenti con la sua intelligenza e volontà.
In questo cammino, tuttavia, l'uomo rischia di disperdere alcune potenzialità che gli sono proprie. Senza una meta, il cammino diventa un errare a vuoto e il rischio di perdere se stesso e il senso del proprio vivere non è estraneo. Perché l'essere in cammino abbia senso è necessario che si individui un obiettivo e si concentri lo sforzo - anche di tutta la vita se necessario - per poterlo raggiungere. L'obiettivo è il fine verso cui si tende.