A Roma approfondì il concetto di "Ekklesìa"
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Il cinquantenario della morte di Erik Peterson ripropone la riflessione sul suo periodo romano (1930-1960). Se varie furono le ragioni che lo indussero a restare a Roma, determinante fu quella di venirvi e confrontarsi con la Chiesa cattolica nel luogo della sua massima visibilità; è a San Pietro che egli celebrò nel Natale del 1930 la sua conversione. Dopo un breve periodo d'incertezza, dovuto al comprensibile desiderio di inserirsi nel cattolicesimo tedesco, è al Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana che trovò una sia pur precaria sistemazione, insegnandovi per oltre due decenni.
Accanto alle mura vaticane, in via di Porta Angelica 63, proprio di fronte alla Porta Sant'Anna trascorse gli ultimi anni della sua vita: maestro senza scuola, rappresentò un punto di riferimento per teologi che stavano ritriangolando, senza tradirne la natura, il rapporto tra teologia, Chiesa e storia.
Il dialogo con Oscar Cullmann e Heinrich Schlier, con Jean Daniélou e Michele Pellegrino venne condotto da Peterson all'insegna del testimone che egli, non romano in vario senso, intendeva passare recependolo dalla plurisecolare tradizione che l'aveva portato a Roma. Il suo rapporto con la città fu pertanto profondo, instaurato col mistero che vi promana più che con la sua realtà socio-culturale, cui rimase sostanzialmente estraneo. La condizione di marginalità che ne conseguì ebbe per lui una valenza simbolica, tale da debordare quella, pur dolorosamente acuta, dello spazio biografico.