The Catholic Church and Conversion
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Gilbert Keith Chesterton aveva 48 anni quando si convertì alla Chiesa di Roma. Il fratello Cecil e alcuni amici erano approdati al cattolicesimo parecchi anni prima; e qualcuno, proprio grazie alle opere di Gilbert. Cosa, allora, lo trattenne così a lungo? Fu, in buona parte, per il debito di gratitudine verso la moglie Frances. Chesterton, racconterà nella sua Autobiografia, si formò in un contesto di rispettabilità atea. Anche i genitori, nonostante l'adesione al culto unitariano, erano scettici nei confronti del soprannaturale. Non che questo potesse impedire al ventenne Gilbert di sperimentare "la solidità oggettiva del peccato": attacchi depressivi, un'ossessione morbosa per l'iconografia del male, compagni di college che negavano la distinzione tra giusto e sbagliato, la deriva spiritistica e l'impiego per alcuni mesi in una casa editrice specializzata in occultismo andavano formando in lui una concezione della vita tutt'altro che attraente. Il biennio 1894-95 fu particolarmente cupo. Chesterton cercò di arginare questa "congestione dell'immaginazione" con la sua peculiare dottrina del ringraziamento, secondo la quale qualsiasi cosa era migliore del nulla. Ai suoi occhi era, però, una palese compensazione: "Chiamavo me stesso ottimista, perché mi trovavo così orribilmente vicino ad essere pessimista".