OGNISSANTI
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Il giorno di Ognissanti è una solennità in cui la Chiesa celebra insieme la gloria e l’onore di tutti i Santi, che contemplano eternamente il volto di Dio e gioiscono appieno di questa visione. A noi fedeli questa giornata insegna a guardare a coloro che già possiedono l’eredità della gloria eterna. (Vaticannews.va)
«Oggi, o Padre, ci dai la gioia di contemplare la città del cielo, la santa Gerusalemme che è nostra madre» canta la Santa Chiesa nel Prefazio della Messa di questa luminosa solennità, “Pasqua dell’autunno”, nella quale «in un unico giubilo di festa – dice il Martirologio Romano – la Chiesa ancora pellegrina sulla terra venera la memoria di coloro della cui compagnia esulta il cielo».
La Chiesa non contempla se stessa. Può capitare che lo facciano singoli credenti, o anche intere comunità, ma la Chiesa, Sposa di Cristo, è il suo Sposo che contempla!
Mentre si rallegra di tanta parte di sé già nella gloria eterna, è Lui che la Chiesa contempla e, se vede se stessa, vede ciò che veramente essa è: opera del Salvatore; redenta dal Sangue dell’Agnello; consapevole che il bene che è in lei, e di cui ringrazia e gioisce, viene dalla Grazia di Dio ed il male presente, di cui soffre ed invita all’umile pentimento, è frutto della fragilità degli uomini.
La Chiesa guarda con gioia gli innumerevoli suoi figli che hanno raggiunto la meta, ma sa che essi, come ha detto san Giovanni (Ap.7,2-4.9-14), «sono quelli che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello» e sostenuti dalla Grazia hanno testimoniato la fede: alcuni come martiri in persecuzioni cruente, poiché coraggiosamente hanno assunto come criterio di valutazione la Parola del Signore, non l’opinione propria o di altri; alcuni come discepoli di Cristo nel cammino quotidiano della vita: alcuni “grandi”, che hanno impegnato doti elevate in opere straordinarie, altri “piccoli” che hanno vissuto senza grandi imprese; una schiera di uomini e donne che «hanno cercano il volto di Dio», (cfr. Sal. 23) rivelatosi nel volto di Gesù che proclama «beati», felici – (Mt 5,1-12) – «i poveri in spirito», coloro che sono «nel pianto», i «miti», «quelli che hanno fame e sete della giustizia», i «misericordiosi», i «puri di cuore», gli «operatori di pace», i «perseguitati per la giustizia» e per «causa Sua»; uomini e donne, giovani e adulti, che hanno conosciuto il peccato e i limiti della creatura umana, ma hanno lottato in un cammino di conversione a Cristo dentro le situazioni e le circostanze del viaggio terreno ed hanno fatto esperienza della misericordia di Dio, della pace che Dio dona e di cui quel martellante “Beati ” nel discorso della Montagna rivela le condizioni.
Incamminati anche noi verso «la città del cielo», destino, meta del nostro vivere sulla terra, la contempliamo, ripetendo una stupenda preghiera con la gioia e la fiducia con cui la compose Giovanni da Fécamp, nipote di san Guglielmo di Volpiano che fondò l’abbazia di S. Benigno Canavese e morì anch’egli nel monastero di Fécamp in Normandia; la facciamo nostra, consapevoli che il cammino di fede consiste nel dare a Dio, ma prima ancora nell’accogliere da Lui i Suoi doni, poiché è il Suo amore accolto ed assaporato che ci mette in movimento, e la santità che ci è proposta è consegnarci al Suo Amore, come fu per i discepoli chiamati a Sé da Gesù e che «si avvicinarono a lui», come abbiamo ascoltato nel Vangelo.
«O Casa luminosa e bellissima, io ho sempre amato il tuo splendore, il luogo dove abita la gloria del mio Signore, Colui che ti ha costruita e ti possiede. Sospiri a te il mio cammino quaggiù: io grido a Colui che ti ha fatta perché dentro le tue mura Egli possiede anche me. Io sono andato errando come una pecora smarrita, ma sulle spalle del mio Pastore, che è il tuo architetto, io spero di essere ricondotto a te.
Gerusalemme, città eterna di Dio, non si scordi di te l’anima mia. Dopo l’amore per Cristo sii tu la mia gioia ed il dolce ricordo del tuo nome beato mi sollevi da ogni triste zza e da tutto ciò che mi opprime».
La «casa luminosa e bellissima», meta del nostro pellegrinaggio sulla terra – ci fa comprendere il monaco Giovanni – è opera di Cristo che con la Sua Incarnazione, Passione, Morte e Risurrezione ci ha aperto la strada per il cielo, Lui che ha detto: Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del tempo, e che con la Sua presenza misteriosa e reale ci sostiene nel cammino verso il traguardo.
Raggiungere questa meta è l’essenziale della vita, di questa vita che è bella non perché sia sempre piacevole, ma perché è iscritta in un Mistero d’Amore e destinata a costituire la Città eterna della quale, già ora, io sono pietra che il divino Architetto prepara lavorandola con lo scalpello del Suo amore misericordioso.
«Sospiri a te il mio cammino quaggiù» Gli diciamo con il monaco Giovanni. Questo sospiro è la voce più vera del nostro essere che manifesta l’insopprimibile desiderio di felicità posto da Dio nel cuore umano: un cuore che chiede l’Eternità, poiché è fatto così dal Creatore: per una totalità, per una pienezza: poiché per meno di tutto non vale la pena!
«Io grido a Colui che ti ha fatta, perché dentro le tue mura Egli possiede anche me ». E’ la preghiera che dalla Chiesa oggi sale al Signore con intensità speciale. La facciamo nostra perché sappiamo che anche noi «siamo andati errando come pecora smarrita», ma «sulle spalle del Pastore, speriamo di essere ricondotti a Lui» e ci «protendiamo» perciò «nella corsa per afferrarlo noi che già siamo stati afferrati da Cristo» (cfr. Fil.3,12).
I nostri Santi, tutti i fratelli e le sorelle che abbiamo nella Gerusalemme del cielo, come amici e modelli di vita ci accompagnano nel viaggio. Noi li guardiamo commossi e con il monaco Giovanni diciamo: «Gerusalemme, città eterna di Dio, non si scordi di te l’anima mia. Il dolce ricordo del tuo nome beato mi sollevi da ogni tristezza e da tutto ciò che mi opprime». (Santiebeati.it)
SANT'ALFONSO RODRIGUEZ, RELIGIOSO GESUITA e ALL HALLOWS' EVE
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Da mercante di tessuti spagnolo, Alfonso cambia la sua vita dopo aver perso moglie e figli. Già anziano entra nella Compagna di Gesù e per il resto dei suoi giorni sarà portinaio nel convento dell’isola di Maiorca, dove offrirà esempio di umiltà, obbedienza, costanza e santità. Muore nel 1617. (Vaticannews.va)
Alfonso Rodriguez che la Chiesa ci fa festeggiare il 31 ottobre, nacque in Spagna, a Segovia nel 1531. Morì nel 1617, a Palma di Maiorca. E’ il patrono dei portieri e degli uscieri e patrono di Palma di Maiorca. Coltivò fin da giovane il desiderio di consacrarsi a Dio e di diventare sacerdote finchè entrò nella Compagnia di Gesù in Spagna. Veniva da una famiglia di mercanti di lana e tessitori di stoffe ed era molto applicato allo studio che seguiva con profitto nel collegio dei gesuiti di Alcalà. A ventitrè anni però, in seguito alla morte prematura del padre, Alfonso fu costretto a ritornare nella sua famiglia per dirigere la piccola impresa familiare ereditata dal padre. Gli affari però non andavano bene e non interessavano affatto il giovane Alfonso, che nel frattempo si era sposato e aveva avuto due bambini. Un’esperienza che gli procurò nuove sofferenze perché, pochi anni dopo, Alfonso perse drammaticamente anche la moglie. Un giorno Alfonso, provato dalle traversie della vita e dalla sofferenza, cedette tutti i suoi beni al fratello e si trasferì a Valencia, per entrare nuovamente nella Compagnia di Gesù.
I padri gesuiti lo accolsero e qualche anno dopo lo inviarono nel Collegio di Monte Sion di Palma di Maiorca dove Alfonso rimase per tutto il resto della sua vita. A Palma di Maiorca svolse, per oltre trent’anni, il compito di portinaio trovando in questa professione la pace dell’anima e anche la via che lo condusse alle vette della santità.
E come i custodi e gli uscieri vigilano sulle case e sui palazzi delle famiglie che vi abitano, così Alfonso Rodriguez vegliava sul Collegio e su quanti si affacciavano alla porta dei gesuiti in cerca di un aiuto, un consiglio, una preghiera. Per tutti aveva parole di incoraggiamento e di stimolo alla conversione del cuore e all’amore fraterno.
Uomo semplice e umile, straordinariamente servizievole, tanto rigido con se stesso quanto caritatevole con gli altri, trovò nel suo ufficio quotidiano l’occasione opportuna per esercitare un apostolato continuo ed efficace. A rendere più efficace il suo apostolato contribuivano anche i numerosi carismi dei quali il Signore lo aveva dotato, primo fra tutti quello delle visioni e poi della preveggenza e dei miracoli.
All’umile portinaio Dio aveva anche donato una intensa esperienza mistica che contribuì a svolgere con profitto, insieme a quello di portinaio, il compito anche di padre spirituale dei novizi che si rivolgevano a lui con sempre maggiore frequenza per essere illuminati sulle vie di Dio.
Tra i novizi ci fu anche Pietro Claver, il santo apostolo delle Indie che tanto stimava Alfonso Rodriguez per la sua santità, e al quale lo stesso Alfonso profetizzò la sua futura missione. Grande era la devozione che Alfonso nutriva per la Santissima Vergine che pregava soprattutto con il Rosario; grazie all’intercessione della Madre di Dio, infatti, si compirono eventi straordinari.
Ha scritto diversi insegnamenti di carattere ascetico e mistico tra i quali le famose “ Memorie ” redatte per ordine dei suoi superiori, splendida manifestazione della santità e della sapienza interiore di una creatura straordinariamente plasmata da Dio. Il santo portinaio gesuita aveva una particolare riverenza per il suo angelo custode e ogni giorno, mattina e sera, sia nell’alzarsi da letto che nel coricarsi si raccomandava sempre alla celeste protezione che talvolta sperimentò in un modo anche sensibile.
Una sera fratel Alfonso con la mente rivolta a Dio, come era suo costume abituale, stava salendo per una scala interna del convento, quando da una finestra che dava nel cortile della cisterna sentì emanare un alito pestifero. Era il demonio che in tal modo voleva soffocarlo. Il santo gesuita svenne e sarebbe caduto per tutte le s cale se non fosse stato materialmente sorretto dal suo angelo custode che immediatamente purificò l’aria e lo accompagnò sano e salvo nella sua stanza.
Fratel Rodriguez ricavò da questo episodio uno scritto che poi fu stampato postumo insieme ad altri suoi documenti, in cui dichiarava quale effetto nefasto produca nell’anima il peccato.
Così scrisse: “ siccome quando taluno di repente venisse sorpreso da un soffio di aria pestilenziale, questa potrebbe con tal violenza colpirlo, da soffocargli in un momento tutta la virtù naturale, e la vita, opprimendolo ed uccidendolo subito,così l’anima perdendo l’amicizia e grazia di Dio viene infetta da quella corruzione pestifera e mortale del peccato, colla quale resta subitamente senza vita e spirito, e sepolta in eterna morte”.
(Santiebeati.it)
ALL HALLOWS' EVE
Mutuata pian piano per sintesi dialettale inglese in Halloween è il giorno della vigilia di tutti i Santi. Nata come Vigilia popolare cattolica attorno all'anno mille e vissuta come tale fino alla feroce opposizione operata da Elisabetta I d'Inghilterra. Dalla metà del 1500, fortemente avversata e denigrata dall'Anglicanesimo e dalla Riforma protestante ha perso gradatamente, nella mentalità comune, i fondamenti cattolici per diventare sia una festa di mercato che, attorno agli anni '80 del 1900, un legame per alcune sette deviate con l'occulto e il satanismo. Gli attuali festeggiamenti con costumi apparentemente innocui di streghe, folletti, ragni, ecc sono il frutto del degrado operato dalla figlia di Enrico VIII e dalla mentalità protestante che ne ha veicolato la distorsione e nelle correnti fondamentaliste, presenti anche in area cattolica, allo stesso tempo l'avversione. Tuttavia è sentita da alcuni, specie negli Stati Uniti, come vigilia preparatoria alla Solennità di tutti i Santi (vedi episodio storico delle Torri Gemelle) e in Italia come giorno di pre-vigilia e di legame anche con i fedeli defunti.
Si auspica un ripristino nel significato originario datogli proprio dai celti convertiti liberamente al cristianesimo.
Per approfondimenti autentici delle fonti
RI-SIGNIFICAZIONE E RI-APPROPRIAZIONE DI HALLOWEEN FESTA NATA COME CATTOLICA
SAN GERMANO, VESCOVO DI CAPUA
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Ricco di famiglia, Germano dona tutti i suoi beni ai poveri e si dedica a vita ascetica. Nel 516 come vescovo di Capua viene inviato dal Papa a Costantinopoli dopo l’elezione di Giustino I. Qui riuscirà finalmente a porre fine allo scisma acaciano che da anni divideva le Chiese di Roma e d’Oriente. (Vaticannews.va)
Di san Germano esiste una vasta bibliografia che parla di lui, ma soprattutto della sua opera di vescovo. Nel mentre una ‘Vita’ anteriore all’873-74, scritta quindi più di tre secoli dopo la sua esistenza, dà del santo poche notizie generali.
Egli nacque a Capua nel V secolo, figlio di Amanzio e Giuliana, illustri cittadini della storica città; alla morte del padre, Germano ereditò l’ingente patrimonio e con il consenso della madre vendette tutto e diede il ricavato ai poveri.
Così poté dedicarsi più liberamente alla vita spirituale, a cui si sentiva chiamato, con sante letture, preghiere, mortificazioni. Nel 519 ca. essendo morto il vescovo di Capua Alessandro, fu designato a succedergli secondo le modalità dell’epoca, cioè eletto dal clero e dal popolo; dopo aver resistito per umiltà, alla fine accettò la carica.
Il “Liber Pontificalis” aggiunge altre notizie sicure; il papa s. Ormisda (514-523) dopo che erano falliti i tentativi dei suoi predecessori e con l’infelice risultato di due sue legazioni, pensò di riuscire a portare a termine lo scisma acaciano in Oriente, quando divenne imperatore Giustino I nel 518.
Lo scisma ebbe origine dal nome del patriarca di Costantinopoli Acacio († 489), il quale per porre termine alle controversie tra cattolici e monofisiti, accordatosi con quest’ultimi, suggerì all’imperatore Zenone di Bisanzio di promulgare nel 482, l’“Enòtico”, formula di unione dei due pensieri religiosi; la formula diretta a tutto l’impero non risolvendo alcuni punti teologici delicati, alla fine non soddisfece nessuno. Il papa Felice III depose e scomunicò Acacio nel 484, iniziando così lo scisma cosiddetto ‘acaciano’, durato 35 anni
Lo scisma che dal 484 aveva separato da Roma la Chiesa d’Oriente, provocò anche il concetto di indipendenza dal Sommo Pontefice, il quale rivendicava il diritto pontificio a definire in materia di fede e di disciplina.
L’imperatore Giustino I, già dai primi giorni dalla sua elezione, insieme ad altri personaggi influenti della sua corte bizantina, come il nipote Giustiniano e il patriarca Giovanni, chiesero al papa di inviare una legazione a ristabilire la pace fra le due Chiese.
E così nel gennaio del 519 papa Ormisda d’accordo con Teodorico, che regnava in Italia con sede in Ravenna, inviò la sua terza legazione guidata dal vescovo di Capua Germano, e composta inoltre da un altro vescovo di nome Giovanni, dal diacono romano Felice, dal celebre Dioscoro, diacono alessandrino ma residente a Roma, dal prete romano Blando e dal notaio ecclesiastico Pietro.
La guida di questa importante missione, rivela la stima che si aveva nella dottrina, saggezza e virtù di Germano. Essi furono accolti trionfalmente a Costantinopoli e ricevuti in solenne udienza dall’imperatore; letto il celebre ‘libellus’ di papa s. Ormisda, dopo breve contraddittorio condotto sapientemente dai delegati, alla fine i vescovi presenti convennero con le tesi pontificie e così il giovedì santo del 519, anche il patriarca Giovanni accettò la formula del papa.
La pace nella Chiesa era stata raggiunta e lo scisma rientrato, fra l’esultanza generale e recandosi tutti in chiesa per il canto del ringraziamento a Dio. I Legati pontifici rimasero a Bisanzio più di un anno, per consolidare il risultato della conciliazione, anche nelle altre Chiese Orientali e per superare ulteriori contrasti dovuti ad irrequieti monaci sciti. Verso il 10 luglio del 520 essi ripresero la via del ritorno.
S. Gregorio Magno nei suoi ‘Dialoghi’ racconta due episodi che riguardano s. Germano, il primo è che l’anima del diacono romano Pascasio, sarebbe apparsa a Germano nelle Terme di Agnano (NA) e che per le sue preghiere, sarebbe stata liberata dalle pene del Purgatorio.
Il secondo episodio invece racconta, che s. Benedetto, mentre era in contemplazione a Montecassino, ebbe la visione dell’anima di s. Germano che saliva al cielo, trasportata dagli angeli e in un globo di fuoco; il santo patriarca allietato da tanta gloria del vicino vescovo di Capua, mandò persone fidate a chiedere di lui, ricevendo la notizia che nel momento stesso della visione, Germano moriva; era il 30 ottobre del 541.
Germano fu sicuramente amico di s. Benedetto, come lo fu di s. Sabino vescovo di Canosa e del papa s. Giovanni I. Inizialmente Germano fu sepolto in Capua Vetere, nella chiesa di S. Stefano, dove lui stesso aveva fatto collocare le reliquie del santo protomartire e in questa chiesa, edificata dall’imperatore Costantino, s. Germano fu a lungo venerato.
Poi costruita la nuova città, il suo corpo fu trasferito in essa. Nell’866 l’imperatore Ludovico II venne in Italia e dimorò per circa un anno a Capua e quando ripartì, portò con sé il corpo di s. Germano; poi passando per la città fondata dall’abate Bertario ai piedi di Montecassino, con il nome di Eulogimenopoli, egli vi lasciò parte delle reliquie di s. Germano; per la presenza di queste reliquie e per la venerazione che si era instaurata, la città si chiamò poi S. Germano, nome rimasto fino al 1863, quando fu mutato in quello più antico di Cassino.
Nel suo viaggio di ritorno in Germania, Ludovico II lasciò altre reliquie del santo vescovo a Piacenza, dove da secoli sono venerate nella cripta della celebre chiesa di S. Sisto. E proprio da Piacenza nel 1846, l’abate di Montecassino Frisari, ottenne per la città di Cassino alcune reliquie di s. Germano, perché il dito del santo, che era l’unica reliquia superstite nel tempo, era andata persa durante i saccheggi dei francesi alla fine del secolo XVIII.
Il culto per s. Germano, vescovo di Capua, è bene specificarlo, perché di santi o martiri con questo nome ve ne sono una trentina, senza contare i personaggi moderni; pur essendo presente in altre zone anche fuori d’Italia, è soprattutto attestato nelle zone di Capua e Cassino e di qualche parrocchia è pure il santo titolare.
La sua festa è celebrata con particolare onore nell’Abbazia di Montecassino e soprattutto a Cassino dove è ancora speciale patrono.
Purtroppo tante opere d’arte che lo raffiguravano nella chiesa di Cassino, sono andate distrutte insieme alle reliquie, durante il disastroso bombardamento del 1944. (Santiebeati.it)