L'apostolo Paolo nella lettera ai Romani ricorda a ciascuno dei discepoli di Gesù: «La carità non sia ipocrita: detestate il male, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda» (Rm. 12, 9-10). Una precisazione quanto mai opportuna che lega il cessare l'ipocrisia con la stima e l'appartenenza, quando un fratello nella fede, indipendentemente dalle proprie "zone opache e contraddittorie" e persino eventuali colpe, vive un momento di prova. Parliamo ora del fratello Mario Adinolfi.Amare coloro con cui siamo in consonanza, specie nel mondo contorto dei social, è assai semplice. A salire sul carro dei vincitori ci vuole poco ma a stare accanto senza condividere eventuali scelte o visioni ci vuole una virilità ed un senso dell'onore che davanti a fatti del genere alcuni fratelli nella fede e vicini al mondo pro-life sembrano aver smarrito. Incancreniti, avvitati in sé stessi. Talmente innamorati del cessare l'ipocrisia che dimenticano la stima e l'appartenenza.
I distinguo, le reminiscenze passate, le eventuali distanze non sono di certo una testimonianza evangelica anzi sono un evidente segno di paganesimo interiore. Non parliamo del dileggio e degli "sfottò" da parte dei fratelli e di quelli che hanno la grazia dell'ordine sacro. Il paganesimo interiore può essere assai ostinato e carsico. E tutti siamo chiamati a vigilanza.
Le parole gettate lì, i propri distinguo attuali e temporali, sono un segno della ferita alla Carità causata dalla detrazione.
L'amore di Cristo non è sotto condizione se non quella dell'appartenenza anche quando, con i fratelli coinvolti, non si vive, neanche di striscio, una consonanza operativa e un orizzonte di scelte.
Posta la presunzione di innocenza, ma anche in assenza di questa, auguriamo a Mario Adinolfi e ai suoi familiari ogni Bene nella Verità e nella Carità, pregando per lui e per i suoi cari.
E che tutto serva per l'edificazione del Bene Comune e soprattutto del Regno a cominciare dal rispetto e dall'appartenenza in Cristo.
L'intera redazione de ilcattolico.it
DOLORE, SPERANZA E ZELO
di Antonello Iapicca
Cerchiamo di leggere le cose con gli occhi della fede; altrimenti cadiamo, come purtroppo spesso accade, nella curva che più ci sembra adeguata al nostro modo di pensare e di sentire. Purtroppo questo accade anche tra di noi, e non è bene, né giusto. "Io l'avevo detto... io, io, io" e giù giudizi, opinioni, prese di posizione, schieramenti e, eccole in agguato, divisioni. No, qui non si tratta né di politica né di giudizi morali sulle persone. Qui si tratta di guardare la storia e gli eventi con gli occhi illuminati dalla fede, quando questo è possibile. Io ci provo.
L’arresto di Mario Adinolfi ha provocato in me un grande dolore per la ferita inferta all’opera immensa di tanti che stanno lavorando per arginare la deriva morale, etica e antropologica che si sta portando via tanta parte di questa generazione.
Penso a quanti ragazzi sono irretiti dalla menzogna della propaganda, che sollecita nelle loro menti e nei loro sentimenti pensieri contrastanti e dubbi sulla propria identità. Quanti ragazzi si trovano ingannati da una propaganda perniciosa e asfissiante, che li spinge a cercare il loro posto nel mondo sbagliato, in un posto che non è adeguato alla loro dignità e alla verità della loro persona.
Quando Dio non esiste, l’antropologia, la visione dell’uomo, crolla; la dignità della persona scompare, il suo valore si eclissa, e modelli improbabili, dannosi, tossici, prendono il posto della verità sull’uomo, perché non c’è più verità su Dio.
E tanti che io conosco personalmente, e a cui voglio molto bene, si stanno impegnando, cercando di trovare dei pertugi, anche ovviamente a livello politico, per poter in qualche modo arginare ciò che sta accadendo e che sta diventando normalità. Perché questo è il grande dramma: l’orrore sta diventando normalità.
Ripeto: non si tratta di persone concrete, ma di un inganno che è come una rete e che, attraverso la rete, soprattutto attraverso il web, sta pescando nelle difficoltà, nelle sofferenze e nei momenti difficili, soprattutto dei giovani.
Eppure, proprio in questo dolore, che è ancora profondo in me per questa ferita inferta a chi si batte con ardore, con serietà, con la propria persona, per i valori della persona, della vita e della famiglia, ho scoperto, con gli occhi della fede, che c’è qualcosa di diverso, qualcosa di molto più grande del dolore. A questo normalmente il dolore prepara, se è vissuto e guardato con gli occhi della fede.
Proprio ciò che è accaduto, questo arresto, annuncia in modo inequivocabile che questa battaglia è da fare, che questa battaglia è ineludibile, che è la battaglia da fare oggi. Perché quando appare il demonio con questa virulenza, con questa forza, allora vuol dire che l’opera è buona, vuol dire che è l’opera che Dio sta benedicendo. Il demonio, infatti, non si mette in moto se l’opera è la sua.
Quando la sua opera è insidiata, allora il demonio comincia a operare, talvolta anche infiltrando nell’opera buona alcuni cavalli di Troia, forse inconsapevoli. Perché noi non giudichiamo mai il cuore delle persone, ma questi cavalli di Troia, comunque, poi si rivelano davvero suoi agenti.
Per questo, più forte del dolore per la ferita, c’è una consapevolezza rinnovata dell’urgenza di un impegno che annunci la verità, che annunci innanzitutto Gesù Cristo, via, verità e vita per ogni uomo. È l’unica possibilità offerta all’uomo per salvarsi da questa generazione incredula, da questa generazione che ha abbandonato Dio e che quindi sta precipitando in uno strapiombo di sofferenza, la cui gravità forse oggi ancora non appare del tutto.
C’è una consapevolezza rinnovata per un impegno rinnovato, per uno zelo che davvero ci consumi: annunciare la vita contro la morte, annunciare la persona contro il personaggio, annunciare la famiglia di fronte a tante sue caricature; annunciare l’amore autentico, che è l’amore di nostro Signore Gesù Cristo per ogni persona, di fronte a tante menzogne sull’amore.
Sì, questo evento è triste per tutti, innanzitutto per chi oggi è stato arrestato. Per lui siamo chiamati a pregare, perché il Signore lo aiuti e parli al suo cuore; perché possa incontrare veramente il suo amore e possa davvero dare una svolta alla sua vita. Siamo chiamati a pregare con forza.
In questo momento prevale davvero la speranza, quella che non delude, perché sì, è vero che l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori; è vero che questo amore ci spinge, ci urge, perché nessuna persona vada perduta. Nessuno vada perduto tra quanti oggi sono dati al Signore e quindi alla Chiesa.
Siamo chiamati ad annunciare, in un mondo in confusione, l’unica verità che risplende nel volto di Cristo: l’amore, la misericordia, la dignità e il valore di ogni vita e di ogni persona.