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TORINO OSTAGGIO DELLA VIOLENZA RIVOLUZIONARIAjpgIl quotidiano Libero ha raccontato cos’è successo il Primo Maggio a Torino (Andrea Muzzolon, Primo Maggio, il blitz fallito dei centri sociali: Cos’è successo davvero, 3.5.26, Libero) Il gruppo del centro sociale Askatasuna partecipante al corteo istituzionale dei “lavoratori” (?) si è sfilato dal corteo ed ha cercato di riprendersi lo stabile di Corso Regina Margherita, dopo che è stato sgombrato a dicembre dalla Polizia.

E, invece, hanno trovato la polizia schierata ad aspettarli. I criminali di Askatasuna avevano preparato tutto per trasformare il 1° maggio nel giorno della “riconquista” della storica sede in viale Regina Margherita 47 a Torino. Ma lo Stato li ha respinti, mantenendo la legalità che era stata ripristinata lo scorso dicembre con lo sgombero dell’immobile occupato”. Libero scrive che oltre all’armamentario sempre lo stesso: volti coperti e aste in ferro e in legno per partire all’assalto della polizia. C’erano, Dietro il furgoncino con i vessilli antagonisti, un cordone di incappucciati era già pronto a partire all’attacco. Il tutto, come da copione, accompagnato dal sostegno alla nuova spedizione della Global Sumud Flotilla e alla “resistenza” palestinese a Gaza. «Questa città ci ha insegnato a essere ribelli, dal 18 dicembre c’è una ferita aperta: Askatasuna è stato sgomberato con violenza e un intero quartiere è sotto assedio. Non ci siamo arresi. Oggi scegliamo di essere partigiani, avanti tutta», in pratica questi soggetti credono di essere in guerra. Infatti, ogni volta che scendono in strada è una continua guerriglia con le forze dell’ordine. I picchiatori rossi hanno trovato in viale Regina Margherita la polizia in tenuta antisommossa ad attenderli, che li ha respinti. Questo è il racconto dell’ennesima manifestazione di violenza che la città subisce ad opera di mestieranti della lotta dura senza paura. Protetti e coccolati da chi sta nei Palazzi istituzionali, anche se fanno finta di prendere le distanze. Per aver una maggiore conoscenza di questo centro sociale torinese, segnalo un breve studio uscito sulla rivista Cristianità di Salvatore Calasso, “Da Piazza Statuto all’Askatasuna. Una storia di violenza rivoluzionaria”, (gennaio-febbraio 2026, n.437, cristianità) Lo sgombero di Askatasuna, ma anche quello del Leoncavallo a Milano, hanno riportato al centro dell’attenzione questo mondo, “fatto di zone franche in cui si vive e si sperimenta una società alternativa, incentrata sull’odio sociale e sul rifiuto delle regole del comune vivere civile”. Il centro sociale è nato nel 1996 e rappresenta un simbolo delle lotte autonome di Torino. Calasso elenca tutte le varie “battaglie” sostenute dai resistenti torinesi, dal G8 di Genova, ai vari assalti contro i cantieri dell’Alta Velocità nella Val di Susa. Il centro sociale Askatasuna si inserisce nella lunga tradizione di lotte e violenze che hanno avuto luogo nel capoluogo piemontese e che ha la sua svolta nei fatti di Piazza Statuto del 1962. Per due giorni in questa piazza c’è stata una vera e propria guerriglia, tra gli operai e la polizia. I manifestanti supportati dai sindacati manifestavano contro la FIAT. “Piazza Statuto - per Calasso – è l’antesignana in Italia del ‘lungo Sessantotto’ che ha visto per un decennio la riproposizione di nuovi soggetti conflittuali, dai movimenti antagonisti extra-parlamentari alle organizzazioni terroristiche”. Nelle periferie urbane dell’Italia Settentrionale, nasce la “cultura della contestazione” giovanile, che divenne poi il vero veicolo della “rivoluzione culturale”. Questa cultura inaugurò una nuova fase rivoluzionaria in Italia, secondo Calasso, che si espressa prima in una rivoluzione “in interiore homine”, a livello dei comportamenti individuale e collettivi: “la mia vita come rivoluzione”. La seconda tendenza si manifesta nella rivoluzione politica: “la mia vita per la rivoluzione”, è il tipo antropologico che incarna il rivoluzionario di professione, attraverso la lotta politica e quella armata, cioè il terrorismo. Poi “la sconfitta del terrorismo e della lotta armata porta il movimento politico extra-parlamentare di sinistra a ripensare la sua azione e a concentrarsi sulla creazione di spazi alternativi, fuori dalle istituzioni, in cui vivere ‘la rivoluzione’”. Si tratta di uno stile di vita che si diffonde nella galassia dei movimenti di sinistra. Nascono i Centri Sociali Occupati Autogestiti, capaci di creare una nuova antropologia rivoluzionaria post-moderna, con l’uso frequente anche della violenza. “Eredi dell’anticapitalismo e dell’anti-imperialismo, senza più una guida sovietica, i centri sociali sono nemici di qualsiasi ordine e vedono nell’Occidente il nemico da abbattere, senza sostituirvi nulla in cambio, se non le Zone Temporaneamente Autonome”. La metafora della diffusione del processo rivoluzionario è la diffusione del cancro, afferma uno storico militante dei centri sociali.

Torino, 4 maggio 2026

S. Ciriaco, vescovo e martire.            DOMENICO BONVEGNA