Gli amici scrivono

CAMILLO RUINIDa qualche giorno ho scoperto il profilo facebook e poi anche il blog, di un sacerdote “cattolico”, che offre ottime riflessioni naturalmente sulla Chiesa, ma non solo. Ne approfitto delle sue puntuali riflessioni per scrivere anch’io sulla grande figura del Cardinale Camillo Ruini. (Mario Proietti, Camillo Ruini: il Cardinale di una Chiesa che non chiedeva permesso, 17.6.26) La morte del cardinale Camillo Ruini segna la fine di una stagione importante della Chiesa italiana. Non muore soltanto un uomo di governo, un cardinale, un presidente della Conferenza Episcopale Italiana.

Muore una figura che, nel bene e nei limiti propri di ogni uomo, ha incarnato un modo di intendere la presenza della Chiesa nella storia – scrive Proietti - una presenza non timida, non subalterna, non ridotta a eco morale delle mode dominanti. Ruini non fu un uomo   neutro. Nessun vero pastore lo è. La neutralità, quando si tratta della verità sull’uomo, sulla vita, sulla famiglia, sulla società, non può esserci. Egli comprese che la Chiesa italiana non poteva limitarsi a conservare strutture, amministrare parrocchie, produrre documenti pastorali destinati alla nobile arte dell’archiviazione immediata. La Chiesa doveva pensare, formare, giudicare, proporre. Da qui nacque il cosiddetto progetto culturale, che oggi molti liquidano con sufficienza, forse perché richiedeva una cosa diventata sospetta: l’intelligenza cattolica applicata alla storia. Il punto decisivo è qui. Ruini ha cercato di impedire che la fede fosse confinata nella sfera privata, come se il cristianesimo dovesse limitarsi a consolare le coscienze lasciando alla cultura dominante il diritto di definire l’uomo, la libertà, il corpo, la vita nascente, la morte, la famiglia. Egli sapeva che la fede cristiana non è un sentimento da custodire in sacrestia. È una luce sull’intera realtà. Quando la Chiesa rinuncia a questo compito, altri pensano al suo posto. Per tutto questo, la figura di Ruini risulta oggi scomoda. Ruini appartiene a una stagione in cui l’episcopato italiano aveva una fisionomia pubblica riconoscibile. Una Chiesa non esitante, quasi desiderosa di chiedere permesso prima di pronunciare una parola cattolica nello spazio pubblico. Parlava. Eccome se parlava. E parlava non per nostalgia di potere, secondo la caricatura pigra di chi riduce tutto a clericalismo, bensì per responsabilità verso il bene comune. Attenzione, bisogna evitare una lettura superficiale. Ruini non va ricordato come il cardinale della “politica cattolica” nel senso mondano del termine. Sarebbe una riduzione. La sua questione vera era antropologica. La domanda di fondo era: quale uomo vogliamo costruire? Un uomo creato, redento, chiamato alla verità e alla comunione, oppure un individuo isolato, tecnicamente manipolabile, affettivamente fragile, culturalmente sradicato, convinto di essere libero proprio mentre diventa sempre più dipendente dai poteri che lo formano senza dichiararlo? Una domanda oggi più urgente. Certo, la fede è ancora presente, i santuari sono ancora vivi, la pietà popolare resiste, tanti sacerdoti continuano a consumarsi nel silenzio. Eppure, la cultura pubblica è spesso plasmata da categorie lontane dal Vangelo. La Chiesa corre il rischio di reagire con due tentazioni opposte, scrive Mario Proietti, chiudersi in un’identità risentita, oppure dissolversi in un linguaggio talmente accogliente da non dire più nulla. Ruini, con tutti i limiti del suo tempo e del suo stile, cercò una terza via: una Chiesa consapevole della propria identità e proprio per questo capace di parlare alla società. Ruini guidava la Chiesa con “fierezza cattolica”, ha ricordato il cardinale Reina. Per qualcuno potrà sembrare una forzatura, ma non si tratta di arroganza o nostalgia. Fierezza, cioè la coscienza pacata che la fede ricevuta non è un ingombro da giustificare dinanzi al tribunale del mondo, bensì un dono da offrire con libertà. Questa è forse l’eredità più attuale di Ruini. Una Chiesa senza fierezza diventa afona. Una Chiesa che non sa più dire “Cristo” con chiarezza finisce per dire molte parole rispettabili e nessuna decisiva. Ricordare Ruini significa allora interrogarsi sul presente della Chiesa italiana. Abbiamo ancora un pensiero cattolico capace di formare coscienze? Abbiamo ancora luoghi in cui sacerdoti, laici, giovani, famiglie, educatori, politici, intellettuali possano imparare a giudicare la realtà alla luce della fede? Abbiamo ancora il coraggio di dire che la dottrina sociale della Chiesa non è un ornamento per convegni, bensì una visione dell’uomo e della società? Abbiamo ancora il desiderio di generare cattolici adulti, capaci di stare nel mondo senza farsi ingoiare dal mondo?

Torino, 19 giugno 2026

S. Romualdo abate.                           a cura di Domenico Bonvegna