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gioia-e-speranza... un vero maestro è colui che lancia alla speranza!

L’uomo, da solo, non è mai felice. La tentazione che la società ti infila sottilmente nella testa è che la vita vada vissuta senza troppo pensare, senza porsi degli interrogativi: siamo uomini impegnati in tante cose ma poco impegnati con la nostra umanità. Spesso viviamo le nostre giornate con una rassegnazione verminosa, senza luce, siamo vuoti di speranza: tutti noi viviamo senza pensare al destino. La società attuale ci impone l’immagine della libertà intesa come fare ciò che si vuole, divertirsi, non riflettere su nulla. In questo imbroglio abbiamo condannato i nostri giovani; io per prima mi sono sentita imbrogliata da questa cultura. Ho sempre avvertito però un’acuta malinconia esistenziale che non mi lasciava tranquilla, un’inquietudine interiore e un desiderio struggente di risposte vere.

Sono moltissimi i giovani che buttano al vento il proprio tempo e parte della propria vita: i ragazzi si accorgono che si può essere amici quanto si vuole, ma senza sapere chi seguire non si sa dove andare e anche le amicizie care mostrano un’incompletezza, una difficoltà ad andare in profondità. Quello che ho constatato, al fondo, è davvero la mancanza di un senso esistenziale, di un motivo per cui vivere. La mia generazione in particolare vive questo dramma: ci sono milioni di persone che vivono senza sapere perché vivono, che non hanno la minima certezza sul significato ultimo del vivere. La tipica immagine che mi viene in mente è quella del consumatore triste che vive nell’immediato. La causa della nostra angoscia è la perdita del significato della vita: è su questo terreno che oggi rischiamo la catastrofe.

Nel ‘700, l’uomo ha cominciato a sentirsi padrone di se stesso, sostituendosi a Dio; pensiamo ad esempio all’illuminismo: se la ragione non è in grado di guardare oltre se stessa diventa una minaccia. La nostra è una società in cui gli individui hanno perso la speranza. Chi è fuori dal coro viene classificato come bigotto. Io sono felicemente schierata tra i bigotti.

Credo che debba uscire l’uomo vero, non quello alienato dalla mentalità comune.

Opposta a questa visione che concepisce la vita come insensata, c’è la posizione di chi crede che la sofferenza abbia un senso: dentro a un dolore c’è la strada misteriosa attraverso cui Dio ti conduce al tuo Destino. Queste persone ci dicono che c’è un gusto nella vita, c’è uno scopo di tutto, un significato, e che il Mistero lo si trova dentro il disegno delle cose.

Noi siamo spesso indotti al cinismo perché vediamo il male, eppure non può essere tutto qua, qualcosa sfugge alla logica inesorabile del male, un desiderio istintivo di cercare il bene. Siccome però non abbiamo risposte sicure al problema del male, perdiamo fiducia in Dio perché le cose non accadono come le vorremmo noi. I giovani, soprattutto, non sanno collocare il dolore in una prospettiva esistenziale, c’è un’incapacità di dare senso alla sofferenza. Gesù dice che la sofferenza è come il travaglio di una donna che deve partorire: è una battaglia per la vita. Il valore non è tanto la sofferenza, ma la maniera con cui può essere vissuta; se tutto andasse sempre bene, infatti, l’uomo non si porrebbe mai delle domande. Nelle testimonianze che ho raccolto si comprende come la vita di queste persone sia tutta giocata su un fidarsi, l’esatto contrario della mia garanzia milanese. Di fronte a queste posizioni sono rimasta colpita e affascinata, perché mi si presentava sotto agli occhi un modo di vivere più vero, che mi realizzava di più. In passato ho abbracciato il pensiero di Leopardi con la sua malinconica interpretazione della vita, che diceva che la natura è crudele, perché ci mette nel cuore un desiderio di felicità che non può essere realizzato: «a me la vita è male» (anche il bene perde di senso, perché destinato a finire). Leopardi, rispetto ai progressisti di oggi, ha comunque insita questa domanda urgente, questo grido; Montale invece è ancora più netto e afferma con amarezza l’insensatezza della vita: il significato resta per l’uomo “oltre la muraglia”, l’uomo è dunque condannato all’infelicità.

Simile il pensiero di Sartre: «l’uomo è una passione inutile»: “tutto è niente” è infatti la filosofia più in voga.

Credere che la vita ha valore è possibile solo se, in primis, si fa esperienza di ciò su di sé, se questa positività è vissuta nel proprio quotidiano: soltanto se sono convinto che valga la pena di vivere in ogni circostanza, bella e brutta, posso trasmettere un messaggio propositivo.

In una lettera alla diocesi e alla città di Roma, Benedetto XVI ha affermato che la crisi dell’educazione deriva dalla mancanza di fiducia nella vita: «le leggi, gli orientamenti complessivi della società in cui viviamo, l’immagine che essa dà di sé attraverso i mezzi di comunicazione, esercitano un grande influsso sulla formazione delle nuove generazioni. Rischiamo di diventare anche noi, come gli antichi pagani, uomini senza speranza e senza Dio».

In definitiva mi sono chiesta cos’è la speranza cristiana, perché trovare ciò che fonda la nostra speranza è fondamentale: dobbiamo trovare il fondamento di ciò che speriamo.

In un’intervista a Marina Corradi, le ho chiesto che cos’è, secondo lei, questa speranza. Lei mi ha risposto: «la speranza è che tutta questa sofferenza non sia un cieco destino diretto a un nulla. La speranza inaudita è che tutto questo abbia un senso, a noi uomini difficilmente leggibile, eppure reale. È la certezza di un Destino buono che ci attende. Non siamo fatti per un nulla, la vita non è per un male».

Questo non significa che la sofferenza e la morte non facciano paura, però la mia esigenza di felicità non è un’illusione. Il cuore dell’uomo è una promessa: siamo stati fatti con un cuore che è esigenza di felicità.

Le ideologie, quando c’è un grande dolore, non sono in grado di sorreggere il senso della vita: quando ti è tolto tutto, ti devi legare a qualcosa che non passi. La vita è bella non perché ti va bene tutto, ma perché sei accompagnato da una Presenza buona. Ne vale la pena perché il destino che ti attende è buono.

Da ciò ne deriva che la speranza o è cristiana o non è speranza.

Io credo che oggi un atto di speranza sia battersi per la difesa della vita contro quella che senza retorica si delinea sempre più chiaramente come la cultura della morte. San Paolo ha detto: «siate sempre pronti a dare ragione della speranza che è in voi».

Un vero maestro è colui che lancia alla speranza.

Nella vita dei maestri non c’è niente a cui non attribuiscano un valore; essi aiutano a riconoscere il proprio destino in una cultura che porta a dubitare che ciascuno abbia un destino. L’amicizia vera tra le persone è allora quella che ci ricorda il pensiero della Grande Presenza. Un maestro ad esempio fu Virgilio quando ricordò a Dante il senso della vita. Fa questo ponendogli un interrogativo: «perché ritorni a tanta noia?». Nella fatica quotidiana viene infatti spesso da voltarsi dalla speranza verso il nulla.

Oggi, pur non negando le difficoltà che possono presentarsi nella vita di ognuno di noi, sono vicina alla posizione di un filosofo, Kierkegaard: «Nemmeno l’intero mondo può soddisfare l’animo umano, che sente il bisogno dell’eterno». Se abbiamo fame è perché possiamo avere da mangiare; se abbiamo sete è perché l’acqua c’è; se abbiamo inciso nel cuore un desiderio di bene è perché questo Infinito esiste.

Da sempre, il problema che si pone ogni generazione è quello di trovare una risposta al desiderio di felicità e di bene che l’uomo trova costituzionalmente nel suo cuore. C’è un’inquietudine che ci fa gridare che non vale la pena niente, e il rischio di questa posizione è anche quello di trasformare i giovani di oggi in spietati cinici. Questo tipo di inquietudine è una malinconia negativa, un ripiegamento su se stessi, in fin dei conti è un lamento.

L’inquietudine però può anche essere il sentore di un’umanità viva: c’è dunque una malinconia che ci apre alla ricerca, ed è positiva. Dante scriveva: «Ciascun confusamente un bene apprende nel qual si queti l'animo, e disira; per che di giugner lui ciascun contende».

I giovani d’oggi si trovano tra due fuochi, ed è questa la sfida: scegliere a chi affidarsi.

Irene Bertoglio