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cura-del-malato-1ASSISI , 10. La parola d’ordine è “accompagnare”. La comunità cristiana è chiamata ad «accompagnare la famiglia» che lotta contro la malattia e la sofferenza. Lo ha ribadito don Carmine Arice, direttore dell’Ufficio per la pastorale della salute della Conferenza episcopale italiana (Cei), intervenuto al trentesimo convegno nazionale dell’Asso ciazione italiana di pastorale sanitaria, svoltosi ad Assisi dal 6 al 9 ottobre sul tema «La famiglia nella gioia e nel dolore». L’accompagnamento pastorale, precisa il sacerdote, è anzitutto “ascolto” vero, «un ascolto che cura e che sana».
Per don Arice, che ha ricordato come su questo tema sia particolarmente sensibile il magistero di Papa Francesco, la famiglia «è soggetto di pastorale della salute ogni qual volta è testimone credibile del Vangelo della vita, anzitutto prendendosi cura delle sue membra sofferenti», ma essa è, al tempo stesso, «destinataria di pastorale della salute, “oggetto” privilegiato della sua attenzione». In questo senso, la parola d’ordine è, appunto, “accompag n a re ”. Infatti, chiarisce il direttore dell’ufficio Cei, «nessuno può sostituirsi a un altro nel suo cammino di vita, tanto meno alla sua sofferenza», ma «abbiamo il dovere (e la grazia) di farci compagni di viaggio di chi è nella notte, poiché se un membro soffre, tutto il corpo soffre». La malattia di un congiunto è infatti un trauma per tutta la famiglia. E, quindi, per quanto il malato sia il primo destinatario della pastorale della salute, non si può dimenticare che la sofferenza invade l’ambiente familiare, ridisegnando le abitudini e mettendo in crisi le certezze di una vita. La famiglia, sottolinea ancora don Arice, «chiede compagni di viaggio che sostengano i passi indeboliti di chi lotta con la malattia e il dolore; chiede operatori capaci di accompagnare la perdita di certezze e aiutare un futuro che la malattia ha reso oscuro, con un rapporto empatico capace di essere mediazione e sacramento di quella speranza che viene dall’Alto». Anche perché la situazione italiana deve fare i conti con dati allarmanti. Oltre tre milioni e duecentomila anziani non autosufficienti vivono in famiglia, mentre gli stanziamenti per il mondo della disabilità si sono ridotti drasticamente: dal miliardo di euro del 2004 ai 250 milioni del 2014. Di qui, alcune indicazioni operative: anzitutto passare «dalle diagnosi delle situazioni a risposte operative». Non sono sufficienti gli annunci e i propositi di presa in carico ma «occorrono buone pratiche anche da far conoscere». E ancora: una pastorale della salute «che abbia al suo centro l’attenzione alle famiglie deve integrarsi in un progetto più globale», in sintonia e in sinergia con «tutta la comunità ecclesiale nelle sue diverse espressioni», per una presa in carico integrale della famiglia. L’invito, infine, alla comunità cristiana ad avere il coraggio di farsi voce di chi è vittima della «cultura dello scarto» perché quanti hanno responsabilità amministrative «favoriscano una sanità a misura di famiglia».

© Osservatore Romano - 11 ottobre 2014