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Pubblichiamo, in una nostra traduzio-ne italiana, l’intervento pronunciato il 2 ottobre a Ginevra, dall’arcivescovo Silvano M. Tomasi, Osservatore Permanente della Santa Sede presso l’Ufficio delle Nazioni Unite e delle Istituzioni Specializzate a Ginevra, durante la sessantatreesima sessione del Comitato Esecutivo dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR)

Signor Presidente, L’aumento del numero di conflitti recenti ha prodotto nuove ondate di rifugiati e di persone sfollate. La fu-tilità della violenza come metodo per risolvere dispute appare eviden-te dal costo, in termini di sofferen-za, che centinaia di migliaia di per-sone, per la maggior parte donne e bambini, stanno pagando in seguito a decisioni politiche che non tengo-no conto del loro impatto umano. Le persone sradicate con la forza sfidano la comunità internazionale, che non è riuscita a impedirlo, a ri-spondere alla loro vulnerabilità. La vita familiare è stata sconvolta, i mi-nori si ritrovano a condurre da soli una vita nei campi profughi o in pe-ricolosi ambienti urbani, e in tutti i rifugiati l’esperienza traumatica del-la morte e della distruzione che hanno lasciato dietro di loro segnerà per sempre la loro esistenza. Questi fatti sono fin troppo noti, poiché si ripetono a ogni nuova crisi, senza, purtroppo, insegnarci ad evitare tali tragedie. I media puntano i riflettori sui casi per loro politicamente più inte-ressanti e lasciano nell’ombra della consapevolezza pubblica altre masse di persone sfollate, dimenticate e abbandonate al loro tragico destino. La Delegazione della Santa Sede prende atto ed è grata a quei Paesi che hanno tenuto aperti i propri confini e i propri cuori per accoglie-re i rifugiati che fuggono negli Stati confinanti, ed esorta tutti i Paesi membri ad aiutare condividendo l’onere che queste popolazioni rifu-giate impongono a molti loro ospiti. Nuove variabili, che complicano la situazione, rendono ancora più difficile l’obbligo di assistere i rifu-giati di oggi. Non solo la persisten-te crisi economica limita le opzioni di risposta alle emergenze attuali, ma anche una devastante siccità, in alcune parti del mondo, ha danneg-giato il raccolto e indebolito ulte-riormente la ripresa economica. I prezzi del cibo sono instabili e i prodotti alimentari vengono utiliz-zati in modo eccessivo per i biocar-buranti. Pertanto, il cibo per i cam-pi profughi ha costi più elevati e ri-schia di essere insufficiente. Sarebbe un’ulteriore tragedia se la specula-zione sui prodotti alimentari rendes-se ancora più difficile la fornitura di assistenza umanitaria al numero cre-scente di profughi e di persone di-slocate con la forza. Per quanto riguarda la condivisio-ne degli oneri nelle presenti circo-stanze, occorre tener conto della ric-chezza e del livello di sviluppo del Paese. Permettetemi di citare un’os-servazione pertinente di Papa Bene-detto XVI, in una lettera rivolta al Cancelliere della Repubblica Federale di Germania: «La Santa Sede ha sottolineato ripetutamente che i Governi dei Paesi più poveri hanno, da parte loro, la responsabi-lità della good governance e dell’eliminazione della povertà, che però in ciò è irrinunciabile un’attiva collaborazione da parte dei partner internazionali. Qui non si tratta di un compito straordinario o di concessioni che potrebbero essere rimandate a causa di pressanti inte-ressi nazionali. Esiste piuttosto un dovere morale grave e incondiziona-to, basato sulla comune appartenen-za alla famiglia umana così come sulla comune dignità e destino dei Paesi poveri e dei Paesi ricchi che, mediante il processo di globaliz-zazione, si sviluppano in modo sem-pre più strettamente interconnesso» (www.vatican.va/holy_father/b enedict _xvi/letters/2006/do cuments/hf_b en-xvi_let_20061216_vertice-g8_it.html). I limiti sperimentati oggi nell’at-tuare le soluzioni permanenti classi-che del ritorno volontario, del rein-sediamento e dell’integrazione loca-le dovrebbero incoraggiare sia a compiere nuovi sforzi per prevenire i flussi di rifugiati, sia a elaborare meccanismi concreti per una distri-buzione più equa della responsabili-tà nel mondo globalizzato attuale. L’applicazione del concetto di citta-dinanza quale diritto fondamentale parificante piuttosto che l’affiliazio-ne etnica o religiosa per la popola-zione di un Paese, potrebbe servire da buon esempio di una nuova comprensione della coesione sociale che aiuti a prevenire i conflitti. L’impegno a sviluppare un atteggia-mento di riconciliazione invece di approvare e insegnare l’odio e la vendetta ai bambini, specialmente a quelli colpiti dallo sradicamento for-zato, ridurrà il rischio di vendette e di violenza future e il conseguente generarsi dei rifugiati. Il circolo vi-zioso può essere interrotto dal per-dono, dal dialogo e dalla riconcilia-zione. Signor Presidente, Una conseguenza inevitabile del protrarsi della condizione di rifugia-to è che i bambini che nascono in tali situazioni poi crescono. Come tutti i bambini hanno bisogno di speranza per il futuro e dell’opp or-tunità di crescere e di diventare adulti produttivi. L’educazione è un elemento fondamentale in questo sviluppo. La mia Delegazione ap-prezza la visione estesa dell’educa-zione da parte dell’UNHCR, presentata nella sua recente politica per l’educazione. La preparazione di in-segnanti, la disponibilità di strutture educative, per quanto semplici, pro-grammi d’insegnamento regolari, so-no tutte fonti preziose, e la loro im-portanza è testimoniata dalla loro attuazione nel più grande campo profughi del mondo, a Dadaab (Ke-nya). È anche molto importante ri-conoscere, nella politica del-l’UNHCR, che far terminare l’educa-zione dei rifugiati dopo le scuole elementari significa impedire lo svi-luppo dei bambini affidati alle no-stre cure. La Santa Sede invita gli Stati che ospitano le popolazioni ri-fugiate a eliminare ogni ostacolo al proseguimento dell’educazione per questi bambini, ostacoli come il per-messo di studio e la mancanza d’ac-cesso alle borse di studio governati-ve, affinché possano realizzare il lo-ro potenziale. Laddove i Paesi non sono in grado di raggiungere questi obiettivi, dovrebbero ricevere aiuto dalla solidarietà internazionale. Seb-bene al momento le risorse siano davvero scarse, investire nell’educa-zione assicura benefici per il futuro. Signor Presidente, Ancora una volta, quest’anno, è un dato di fatto che gli sfollati in-terni a causa dei conflitti sono più numerosi dei rifugiati. La mia Dele-gazione è anche consapevole che la questione della misura in cui l’UNHCRdeve essere coinvolta nel fornire assistenza agli sfollati interni divide gli Stati. In alcuni casi ci so-no una paura autentica di un «tra-valicamento della missione» e la preoccupazione che la missione cen-trale dell’UNHCR, la protezione dei rifugiati, ne possa soffrire. In altri casi c’è motivo di sospettare che la presenza, durante un conflitto arma-to interno, di occhi neutrali, inter-nazionali, o la fornitura di un’assi-stenza salvavita a gruppi localmente svantaggiati potrebbero non essere gradite. La Santa Sede incoraggia l’Alto Commissariato a continuare a compiere un ulteriore sforzo per quanto riguarda le persone dislocate a causa di un conflitto armato. Ciò deve essere fatto in primo luogo cer-cando un accesso umanitario alle popolazioni colpite per verificare il loro bisogno di protezione, e in se-condo luogo in coordinamento con altre agenzie delle Nazioni Unite, offrendo a tali persone un’assistenza cruciale. A questo proposito, la San-ta Sede apprezza gli sforzi umanita-ri compiuti dall’UNHCRper le po-polazioni dell’area orientale della Repubblica Democratica del Con-go. Allo stesso tempo, la mia Dele-gazione auspica sinceramente che gli appelli dei leader religiosi della regione vengano ascoltati e ricevano una risposta da tutte le parti coin-volte nel conflitto dell’area, e che cessino tutte le uccisioni, gli stupri e il reclutamento forzato di bambini soldato. Signor Presidente, In conclusione, poiché i conflitti armati persistono e nuove persone sradicate sono costrette a cercare la sopravvivenza nell’esilio e in situa-zioni precarie di sofferenza fisica e psicologica, diventa nostra comune responsabilità cercare e applicare forme di solidarietà e di protezione più creative e concrete.

© Osservatore Romano - 10 ottobre 2012