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Sulla nota piattaforma di bookmarking "OKNOtizie" è nata una discussione in merito ad un mio articolo di qualche giorno fa che si compone di più di un centinaio di commenti che ho trovato molto stimolanti per alcune riflessioni.

Il mio articolo era senza dubbio provocatorio: la volontà del singolo individuo contro la irreversibilità del suicidio e il valore della vita. Sarebbe innanzitutto opportuno chiedersi perché la mentalità comune, che in un primo tempo vedeva il suicida come uno da convincere a desistere per il suo bene, si aggrappi oggi all'autodeterminazione e alla volontà del singolo.
Cominciamo dunque dal primo spezzone della discussione su OKNOtizie per cercare di rispondere.

l'inestimabile valore della vita umana: è su questo luogo comune che dovremmo confrontarci. Per chi questo valore è inestimabile? Per il singolo individuo, che sa di avere solo quella vita, e nessun'altra (almeno, non uguale); ma se il singolo non percepisce più la propria esistenza come un valore inestimabile, ma come un disvalore insopportabile? Chi ha diritto d'intervenire su questo suo giudizio, e perchè?
scritto da Profilo licaone licaone
Luogo comune?
Perché se un uomo salva delle persone da morte certa senza pensare a se stesso è un eroe? Perché chi si impegna per la vita della gente è visto come un benefattore mentre chi ne fa strage è visto come un delinquente?
La vita deve avere un valore e anche molto alto, altrimenti non avrebbe senso alcuna forma di altruismo. Se la vita in senso lato non avesse valore se non per il singolo, ciascuno dovrebbe, nel modo più egoistico possibile, cercare di preservare se stesso e solo se stesso. Fino ad oggi però l'egoismo è stato visto come un difetto, di certo non una qualità, ma il relativismo dilagante tende a distruggere anche questi valori innalzando ingiustificatamente il valore di un egoista rispetto a quello di un altruista. La vittoria dell'egoismo fa prevalere la concezione individualista del valore della vita:
  • "Se non mi piace più la mia vita, essa non ha più valore e tanto vale terminarla subito". Nichilismo
  • "Finché vivo possiedo, ottengo, pretendo e godo il più possibile affinché la mia vita abbia valore; ciò che faccio per gli altri è funzione del benessere che posso riceverne in cambio". Avidità
I due eccessi nascono quindi dall'aver osservato la questione dal punto di vista sbagliato. Il valore della vita discende direttamente dal riconoscersi negli altri esseri umani considerandoli di egual valore a se stessi e ugualmente degni di vivere anche e soprattutto se si trovano in una condizione vulnerabile come, ad esempio, i bambini non ancora nati, gli anziani, i disabili, i malati terminali, i depressi, chi è in coma vegetativo permanente.

Ovviamente non c'è solo l'egoismo / individualismo. È però evidente che chi si decide a morire o determina a priori in quali circostanze la propria vita non sarà degna di essere vissuta, sta remando contro l'istinto di auto-conservazione e l'istinto alla vita. Nel regno animale, anche l'essere più spacciato, con il destino già segnato, continua a dibattersi nel disperato tentativo di vivere ancora e avere ancora ulteriori opportunità prima che la sua stessa vita volga al termine.
Continua la serie di riflessioni iniziate la settimana scorsa sulle interessanti discussioni di OKNOtizie. Nel primo post della serie il punto di partenza è stato un commento in una prima discussione alla quale se ne è aggiunta un'altra (e prevedo ne sarà aggiunta un'altra ancora).

è giusto obbligare a vivere una persona che abbia dato chiare prove di voler morire, che abbia validi motivi per farlo, e che non sia in uno stato di infermità mentale temporanea. Con che diritto possiamo impedirglielo, in nome di che cosa?

[...]

la volontà delle persone va rispettata. La vita non può essere imposta a forza a chi, per fondati motivi, non la vuole più sopportare. licaone
vale il principio assoluto che la vita appartiene solo a chi la vive e questi è libero di farla cessare quando vuole, se la propria morte non causa danno ad altri udovicich
questa è una questione ideologica. tu credi che la tua vita appartenga ad un ente superiore, io no. io sono libero di mettere la mia vita nelle mani di chi voglio, e di considerare la mia vita degna di essere vissuta o meno, solo per questo. Nessuno può imporre a me, quale sia il valore della mia vita, ne per legge ne per fede. Non ho chiesto di nascere, ma questa vita è mia...e solo la natura umana le darà un termine obbligato...o io se deciderò altrimenti. exnoglobal
Io sono padrona di me stessa e della mia vita, certo, finchè non ledo, offendo, o comprometto quella degli altri. O vorresti decidere tu o chiunque sia per me? NO. MLuisa
Una cosa che salta subito all'occhio è un certo grado di omologazione di pensiero. Questo fenomeno manifesta l'esistenza di un "filo conduttore" che si può spiegare anche con un indottrinamento ideologico. Su tale questione si potrebbero formulare le ipotesi più disparate portando probabilmente a dimostrare l'esistenza di quel "pensiero condiviso" del quale questa collana di post vuole dimostrare l'infondatezza. Concentriamoci pertanto sul significato delle frasi qui riportate.

Il principio alla base di tali affermazioni è l'autoderminazione dell'individuo, una parolona moderna sulla quale mi sono soffermato più volte. Per fare chiarezza bisogna osservare la realtà. Nella vita di tutti i giorni ci è consentito fare delle scelte, prendere decisioni liberamente decidendo in qualche modo a quale destino andare incontro. Come giustamente osservato, si può scegliere finché non si lede il prossimo, ma cosa stabilisce ciò che lede il prossimo e perché il limite della propria libertà dovrebbe corrispondere con le libertà altrui?

L'autodeterminazione pone il piano della domanda ad un livello strettamente personale e materialista: "Lasciatemi in pace perché lascio in pace voi e finché è così faccio tutto ciò che voglio". Quando però si parla di comportamenti, specie di decisioni sulla vita o sulla morte, bisogna fare i conti con le caratteristiche oggettive della propria scelta. Un comportamento non può basarsi solo su quanto è possibile o non è possibile fare, sarebbe altrimenti un appiattimento dell'intero problema alla sola dimensione delle possibilità. Se si vuole fare un esempio, nessuno mi vieta di fare una cosa stupida che non nuoce a nessuno, ma io dovrei desiderare di non fare quella cosa proprio perché so essere stupida. Allo stesso modo, giudicare un comportamento "brutto" o "indegno" per un essere umano dovrebbe sortire lo stesso effetto. Il problema dell'autodeterminazione non è quindi nella possibilità o meno di poter svolgere un'azione che ha valenza per sé stessi, ma nel ridurre le problematiche comportamentali al "se è possibile allora è lecito".

Uno che si droga deve essere lasciato libero di comportarsi come meglio crede? Soprattutto se il fatto che si droghi non fa male a nessuno? E uno che si ubriaca solo a casa sua? E se uno sceglie di rendersi ridicolo di fronte a tutti senza nuocere a nessuno? Non fa male a nessuno, ma è dignitoso per un essere umano ridursi in quello stato?
E come si stabilisce cosa è dignitoso per un essere umano? E siamo sicuri che certe forme di sessualità, certe libertà che poi vanno a nuocere chi non può difendersi (vedi feto, embrione, malato terminale o chi che sia) siano degne per un essere umano? Siamo sicuri che sia degno per un essere umano desiderare di farsi eliminare?
Si può intervenire su un comportamento? Si può rinunciare a qualche vizio o piacere per amore proprio e degli altri? Se sai che la raccolta differenziata fa bene al pianeta, non la fai ugualmente, anche se ti costa più fatica?

Dell'intero ventaglio delle azioni possibili, ne esiste un sottoinsieme lecito e un sottoinsieme illecito. Come distinguerli?
Ci sono cose che, da che mondo è mondo, sono brutte; brutte da fare e da dire; indegne per l'essere umano. Per non parlare dei crimini contro gli indifesi: anziani, malati, bambini (soprattutto quelli non ancora nati).
Con una maggiore sensibilità verso le cose "buone" e "belle", nettamente in contrasto con quelle "cattive", chiunque può giungere alla distinzione tra bene e male.

Solitamente la lettura dei concetti fin qui esposti suscita delle risposte particolari, nella prossima puntata le vedremo in dettaglio.
Nei post precedenti abbiamo visto come esistano delle azioni che, seppur possibili, sono indegne per un essere umano o oggettivamente "brutte", "cattive". Ad esempio, poiché la vita ha un grande valore, è un'azione oggettivamente deplorevole sottrarre la vita ad un essere umano. Abbiamo anche visto che la distinzione tra bene e male è alla portata di tutti purché si faccia uso di adeguata sensibilità e di spirito di osservazione della realtà. Perché si può dire che la vita ha oggettivamente un grande valore e che esistono azioni oggettivamente cattive?
Per rispondere a questa domanda si può prendere in considerazione il seguente commento:

la cosa che non potete capire è che c'è gente che si sottrae coscientemente alla vostra verità. Voi non sapete dare altra risposta che l'affermazione della vostra verità,ma la vostra verità, a me...ma vedo anche a molti, non da alcuna risposta. La mia vita non è tua, ne della tua verità. Non dico che tu sbagli, che hai torto...non mi interessa. Ma ti devi rendere conto che la tua verità non è assoluta...è vera relativamente a te. Io di risposte non ne ho, ma le tue non sono le risposte che sento mie. exnoglobal
L'indottrinamento relativista obbliga a dire, a torto, che non esiste una definizione oggettiva di bene e di male, ma solo soggettive impressioni o convinzioni.
È invece dimostrato che la Verità è unica e che, pertanto, si può distinguere oggettivamente il bene dal male. Che poi gli usi e i costumi di un popolo possano scavalcare tale distinzione anteponendole delle ideologie non significa che essa non sussista a priori; significa solo che ci sono interi popoli che hanno maturato nei millenni delle insensibilità ad alcuni aspetti dell'esistenza. Il concetto di giustizia e verità non è arbitrario, ma è basato su una verità universale al di fuori di noi, una verità scritta nella stessa natura del nostro essere.

Una volta definiti e motivati i concetti di Verità, bene e male, qualsiasi discussione dovrebbe concludersi. Nella maggioranza dei casi ciò non accade perché, quando si discute, ci si scontra sempre con la qualità dell'interlocutore. Un interlocutore di qualità si attiene a quanto detto a prescindere dall'estrazione sociale di chi gli parla; si auto-interroga sulla verità di quanto viene affermato prima di contestarlo o approvarlo; è disposto a rivedere le proprie posizioni e a stravolgerle nel caso in cui venga dimostrato il loro contrario.
Chi ha avuto l'avventura di leggere le ragioni di noi "integralisti cattolici" gestori di blog (ad esempio Berlicche, Claudio, Osteria volante e tanti altri) sa bene che nessun concetto viene imposto dall'alto e che tutte le motivazioni date sono indipendenti dal credo o l'appartenenza a qualche organizzazione. Quando però si conversa con alcuni soggetti, si leggono tuttavia, delle risposte "anomale":

diventa difficile cercare di scalfire quelli che sono dei credo. Purtroppo o per fortuna, certi credo si slegano da quella che è la vita e l'essere umano in tutte le sue forme. Ma mi verrebbe da dire che proprio in quanto credenti bisognerebbe anche accettare chi pensa che la vita possa anche terminare su questa terra semprebelle
Quello che si detesta dell'integralismo cattolico, e del fanatismo in generale, è di volere imporre a tutti il proprio pensiero. Tu credi che la tua vita sia proprietà di un dio cui rendere grazie? Va bene, libero di farlo, e chi ti dice niente. Io magari non ci credo e pretendo di essere rispettato nella mia decisione, senza evocare assurdi pericoli nazisti, la pena di morte, l'abbandono dei sofferenti, l'infermità mentale o quant'altro. udovicich
per voi cattolici il suicidio è un peccato mortale, e pecca mortalmente anche chi aiuta un suicida. Così vi impone la vostra dottrina, e se ci credete fate bene a rispettarla, altrimenti non avrebbe molto senso. licaone
intristisce leggere discorsi senza capo nè coda, as usual.

Solo per difendere a tutti i costi un credo. MLuisa
Il problema non sono le credenze. Il cattolico non ha la pretesa di obbligare gli altri al proprio credo. Non c'è nessuno che imporrebbe il "saluto alla croce" oppure "l'obbligo di presenza alla messa per legge" o altre cose analoghe. L'unico anello di congiunzione fra il credo e la difesa di certi valori è il fatto che aderire al cristianesimo porta ad avere una maggiore sensibilità verso le cose "buone" e "belle", nettamente in contrasto con quelle "cattive". Quando noi cattolici vediamo delle evidenti ingiustizie, morali o fisiche che siano, non possiamo astenerci dal chiamarle con il loro nome. Viene visto come ingerenza, ma è solo un tentativo di far aprire gli occhi o di stimolare la sensibilità verso quelle cose "brutte".
Non è intenzione del cattolico obbligare al credo e al culto altrui. Chi vuole credere creda, chi non vuole credere non creda. Discorso diverso per il senso di giustizia il quale, una volta leso, scatena ogni argomento possibile per cercare di riportare alla ragione chi sostiene la bontà e la verità di cose che sono tutt'altro che buone o vere.

Il collegamento tra la difesa di un valore e l'attribuzione di un credo è, in taluni soggetti, immediato e manifesta un certo pregiudizio nei confronti di chi sostiene suddetti valori. Un individuo che espone oggettive motivazioni a supporto di determinati valori condivisi anche dal cristianesimo può veder annullata completamente ogni sua parola, anche se si trattasse della migliore tesi e della migliore dimostrazione al mondo.
Al pregiudizio purtroppo non si può porre rimedio discutendo: a questo punto è richiesta un'esperienza diretta che in un rapporto epistolare o verbale non può essere fornita. L'unica cosa tentabile, in questo caso, è evidenziare la presenza del pregiudizio nel tentativo di stimolare nell'interlocutore un "esame di coscienza": "Ho davvero un pregiudizio? Quali elementi che ho sperimentato in prima persona screditano il mio interlocutore? Sono sicuro di parlare con un integralista o è solo una persona che vuole ragionare?"

La reazione a queste domande è la rabbia o il delirio. Se si rivaluta l'interlocutore bisogna esaminare le sue tesi e se le sue tesi risultano valide bisognerà rivedere le proprie, rendendo illecito il beneficio che si era ottenuto imbracciando le cause contrarie a quelle esposte. L'istinto di conservazione di quel beneficio è forte e, poiché in funzione del pregiudizio non è necessario considerare le tesi altrui, si ricorre alla censura o allo canzonatura:

non hai il diritto a dire il vero che io sbaglio. Hai il diritto a pensarlo, ma non a dirmelo. Dirmelo vorrebbe dire che mi giudichi una deficiente non in grado di intendere e volere, ed è proprio quello che ti obbietto. semprebelle
Ostinarsi a tenerli in vita, quando la morte è imminente e certa, è pura crudeltà e cinismo.

Altro che altruismo del piffero.

[...]

Non devo leggere altre discussioni per rispondere ad un pensiero formulato e completo.

Infatti non ho commentato il post ma la tua affermazione.
E visto che continui ad attaccare sterilMente non sapendo a quale santo appellarti, ti saluto. MLuisa
Con questi esempi si conclude questo paragrafo sugli interlocutori in campo etico. Come abbiamo visto, le parole possono fare tanto ma solo se chi dovrebbe ascoltare è disposto a farlo. In caso contrario solo un incontro, solo un'esperienza vera, autentica, reale, profonda può sfondare il muro del pregiudizio e aprire la mente (e il cuore) al dialogo.

© http://seraphim.splinder.com/ - 16, 19, 20 ottobre 2009