Home

Liturgia

Formazione

Rassegna stampa

Search

Risorse

Sostienici

Rassegna stampa etica
È in uscita per le Edizioni Piemme il volume di Vincenzo Paglia, vescovo di Terni-Narni-Amelia, e di Franco Scaglia In cerca dell'anima. Dialogo su un'Italia che ha smarrito se stessa (Milano, 2010, pagine 290, euro 19). Anticipiamo uno stralcio dal capitolo "Chi vince, in qualunque modo abbia vinto, non prova mai vergogna". Il libro-conversazione propone la riflessione di un vescovo e di uno scrittore cattolico sulla vita in Italia e le sue prospettive. Ai molti dubbi di Scaglia su un Paese che sembra avere perso ogni sicurezza, il vescovo Paglia risponde con un'analisi - che pubblichiamo - nella quale non nega i problemi, ma li affronta con la luce dell'intelligenza e la capacità di apertura al futuro propria dell'uomo di fede.

di Vincenzo Paglia

Negli ultimi due secoli la democrazia nel mondo è certamente cresciuta. E si può dire che è lo strumento che risponde in maniera più adeguata alla verità dell'uguaglianza di tutti i cittadini. La stessa Chiesa cattolica, che nel secolo xix si oppose alla "democrazia", soprattutto a motivo del carico ideologico attribuitole, con Pio XII poteva finalmente affermare che è la forma statuale che meglio risponde alla dottrina sociale della Chiesa. Tuttavia occorre parlare con molta attenzione di ciò che costituisce il nucleo centrale del modello democratico. La democrazia dei moderni non coincide con il potere assoluto dei molti. Il potere assoluto dei molti non è meno pericoloso del potere assoluto dei pochi o di uno. In effetti, abbiamo assistito a regimi totalitari affermatisi attraverso l'esercizio del voto. In verità la questione di fondo è che la democrazia contemporanea è il regime politico del limite e della pluralità. Possiamo anche dire, con una formula che semplifica un po' troppo le cose, che la democrazia contemporanea è anzitutto un metodo prima che un contenuto. Non riguarda il chi o il cosa ma essenzialmente il come. Per questo non possiamo trasformarla in ideologia, in un sistema chiuso. È invece indispensabile coglierne i limiti come anche le potenzialità. Non può vivere unicamente della dialettica tra le diverse forze, necessita anche di contenuti offerti dai diversi soggetti della società i quali sono chiamati ad assumere tutte le loro responsabilità.
Abbandonando la riflessione puramente teorica e guardando la società dei nostri giorni, dobbiamo dire che una società buona è pluriforme, non uniforme, políarchica, non monarchica, democratica, non autoritaria: è, diremmo oggi, una società aperta, mai chiusa e, come amava dire don Luigi Sturzo, pervasa da "sano agonismo". In questa società nessun ceto e nessuna singola istituzione è addetta o arbitra del bene comune, che deve essere, invece, misura dell'operato di ciascun individuo e di ciascun gruppo. La Chiesa stessa non può arrogarsi il compito della sintesi.
Un grande studioso della democrazia, R. Dahl, preferisce parlare di poliarchia, cioè di una forma di democrazia nella quale, accanto alla divisione dei poteri costituzionali, e quindi al concetto del limite del potere come opposto al suo essere assoluto, abbiamo la divisione sociale dei poteri, e quindi il concetto della pluralità irriducibile delle funzioni e istituzioni sociali: economiche, scientifiche, religiose e anche politiche. Per questo penso che il problema più grande per la democrazia contemporanea non sia l'impossibile obiettivo di democratizzare ogni potere sociale, uccidendo quindi il pluralismo dei poteri che non funzionano secondo il codice della politica, quanto quello di ricondurre la democrazia allo spazio proprio della politica, aumentandone le capacità di decidere e l'efficacia dei meccanismi di responsabilità.
A questo proposito è bene sottolineare un importante sviluppo del magistero della Chiesa che non molti mi sembra abbiano colto con il dovuto rilievo.
Benedetto XVI, con la Caritas in veritate (n. 57), fa entrare nel lessico del magistero sociale della Chiesa il termine "poliarchico" sia nell'ambito della riforma della governance globale, sia in quello della politica, sia in quello dell'economia. Il sistema dei poteri congeniale alla globalizzazione - afferma il Papa - va pensato e attuato in modo "sussidiario e poliarchico". Richiama uno dei princìpi che caratterizzano la dottrina sociale cattolica. Dare un valore positivo a un assetto sociale poliarchico equivale a sostenere che la vita sociale corre un grave rischio ogniqualvolta è posta sotto un solo potere, come avviene ad esempio nelle moderne teorie dello stato. La società pertanto non può riferirsi a un solo principio, richiede invece l'intervento di tutti i corpi che la compongono. Difendere le ragioni della poliarchia significa pertanto contrastare la tendenza del potere politico, o di quello economico, o di quello scientifico a farsi assoluto. E questo a tutti i livelli.
La valorizzazione di un ordine sociale poliarchico è strettamente collegata all'affermazione del principio di sussidiarietà. Nella citata enciclica il Papa continua: "Per non dar vita ad un pericoloso potere universale di tipo monocratico, il governo (la governance, come in altre versioni del testo, il sistema dei poteri, potremmo anche dire in italiano) deve essere di tipo sussidiario". Con tale riferimento alla poliarchia il Papa indica l'effetto combinato della "sussidiarietà orizzontale" (tra politica, economia, scienza, ecc.) e di quella "verticale" (dal vertice alla base delle istituzioni). Insomma, a parere del Papa, è necessario promuovere un ordine sociale poliarchico nel quale entrino - anche controllandosi e limitandosi reciprocamente - istituzioni, poteri e soggetti i più diversi, comprese le religioni che l'enciclica non manca di citare come nuovi attori sulla scena pubblica. In questa visione viene totalmente superata quella concezione di laicità che vede le istituzioni religiose relegate nel privato.
Sullo sfondo appaiono due figure, quella di Tocqueville e quella di Rosmini, i quali proponevano appunto gli ingredienti fondamentali di questo discorso sul pluralismo, sui limiti della politica e del regime democratico. L'istanza di fondo è dunque quella della relativizzazione del potere politico e, innanzi tutto, del potere politico in forma di stato.
L'enciclica di Benedetto XVI accoglie di fatto la relativizzazione del potere statuale provocato dalla globalizzazione (nn. 24; 37), sebbene non manchi di richiamare anche l'urgenza di promuovere governance larghe a misura anche planetaria. In ogni caso, quel che dobbiamo augurarci, sia sul piano locale che su quello universale, è una pluralità di istituzioni le quali tutte responsabilmente intervengano, all'interno delle regole istituzionali, al fine di costruire il bene comune dell'intera famiglia umana. Nella società umana il compito di operare per il bene comune non spetta solo alla politica, ma a tutte le istituzioni e componenti della società. In tal senso è da raccomandare una poliarchia ricca. Si potrebbe dire che, tanto più la società è poliarchica, tanto più è civile, appunto, come riconosce Benedetto XVI: "Impegnarsi per il bene comune è prendersi cura, da una parte, e avvalersi, dall'altra, di quel complesso di istituzioni che strutturano giuridicamente, civilmente, politicamente, culturalmente il vivere sociale, che in tal modo prende forma di pólis, di città".
Forse potremmo spingerci ancor più a fondo e chiederci se non convenga pensare a una società fatta di bene comune al plurale e non al singolare, di beni comuni da concepirsi come ideali regolativi dei diversi mondi sociali dei quali si compone la moderna società differenziata.
La prospettiva aperta da questa suggestione consente di dire che il futuro delle città è in mano all'intera società, alla scuola e alle imprese, all'università e alla ricerca scientifica, alle associazioni e alle famiglie, ai gruppi professionali e alle comunità cristiane e anche - ovviamente - alle sue istituzioni politiche. Ma tutte queste realtà - ed è un serissimo problema - debbono orientarsi al bene comune. C'è bisogno di uomini e donne capaci di riflessione profonda e di amore generoso.
Sono questi gli uomini e le donne che renderanno le nostre città più vivibili, più belle, più ricche, più generose. E necessario porre molta più attenzione ai giovani. Si deve vincere, e presto, la tentazione della asocialità, dell'isolamento che subdolamente si è insinuato nelle nuove generazioni. C'è una grande responsabilità nell'accogliere e nell'aiutare la crescita delle nuove generazioni. È nelle loro mani gran parte del futuro della nostra società, delle nostre città.

(©L'Osservatore Romano - 4 marzo 2010)