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bomppNell’incontro con l’Unitalsi in Vaticano, Francesco ha chiesto di cambiare prospettiva. Ne parliamo con Franco Bomprezzi, giornalista e presidente di Ledha. Ai sofferenti chiede di diventare protagonisti della pastorale, riconoscendo che hanno molto da insegnare. Ai credenti e alle comunità chiede di avviare una pastorale inclusiva. A tutti chiede di cambiare il proprio sguardo e di abbattere tutte le barriere, innanzitutto culturali

Riccardo Benotti

  Pastorale inclusiva nelle parrocchie e nelle associazioni, valorizzazione delle persone fragili e sofferenti, presenza attiva nell’azione apostolica, inserimento a pieno titolo nella vita e nella missione della Chiesa. È un programma pastorale destabilizzante quello dettato da Papa Francesco durante l’incontro con l’Unitalsi in Vaticano, che chiede un cambio profondo nel rapporto tra la Chiesa e il mondo della disabilità. Per Franco Bomprezzi, giornalista e presidente di Ledha (Lega per i diritti delle persone con disabilità), è “un’accelerazione in avanti che era necessaria e che sicuramente porterà ad un diverso atteggiamento”.
 

Quanto c’è bisogno di ripensare i termini dell’inclusione delle persone con disabilità?

“Fino ad oggi, con tante eccezioni positive, le persone disabili sono state oggetto di solidarietà e destinatarie di azioni che facevano bene a chi le compiva. Davano sollievo alle famiglie, facevano sentire la vicinanza ma non rendevano protagoniste le persone disabili. Questo cambiamento di approccio che nasce dal Papa è potente, quasi rivoluzionario”.


Per cambiare la cultura anche il linguaggio è importante…

“C’è un uso delle parole ancora a metà del guado, si parla molto di malati ma la malattia è una premessa. La disabilità è una condizione che si confronta con il contesto, non nasce solo dalla persona ma è in relazione con il mondo che la circonda”.
 

Da secoli la Chiesa si adopera per dare sollievo a quanti vivono in condizioni di difficoltà. Ma il cambio di prospettiva che chiede il Papa potrebbe aprire una nuova stagione nel rapporto con la disabilità…

“Parlare di ‘soggetti attivi’ è decisivo. Significa che tutti, anche il Papa, hanno qualcosa da imparare da queste persone. Fin dall’inizio del pontificato Francesco è stato profetico, indicando la strada. Anche l’aspetto miracolistico di viaggi e pellegrinaggi si è profondamente modificato nel tempo. Il vero miracolo è accettare se stessi, avere consapevolezza della propria dignità di persona”.
 

Sempre, nelle parole del Papa, la persona è posta al centro…

“Papa Francesco utilizza la parola ‘inclusione’. Un termine forte che non è ‘integrazione’ ma si rivolge a tutta la comunità che è chiamata a prendere come punto di vista anche quello di chi è più fragile, più debole, e a queste persone chiede di contribuire a modificare il contesto, l’atteggiamento, i comportamenti e i luoghi. Oggi, ad esempio, la questione delle barriere architettoniche nelle chiese viene affrontata. Non mi sembra, però, che nelle comunità ecclesiali il ruolo delle persone disabili sia adeguato. Ci sono, ad esempio, sacerdoti con disabilità ma sono quasi visti come un’eccezione”.
 

Anche le persone con disabilità, però, sono chiamate a non considerarsi “solo oggetto di solidarietà e di carità” ma a sentirsi “inseriti a pieno titolo nella vita e nella missione della Chiesa”…

“È un messaggio potente rispetto al quale devono cambiare anche i comportamenti delle persone disabili. Talvolta è troppo comodo adagiarsi e aspettare che gli altri facciano per te. Ciascuno deve sentirsi responsabile di dare, non soltanto di ricevere. Dare per quello che si può: ci sono persone disabili che, ad esempio, non sono in grado di rappresentare se stesse ma già la loro presenza è di stimolo. Questo è un terreno sconfinato di crescita per la Chiesa e per la società”.
 

C’è poi un aspetto che riguarda le strutture di accoglienza…

“Il passaggio ulteriore è proprio quello di rivedere i luoghi della condivisione. Penso ai tanti istituti che sono nati dalla solidarietà e dalla generosità della Chiesa e sono ancora assai importanti. Ma così affollati da non consentire, di fatto, che ogni persona possa esprimere se stessa ed essere al centro di un progetto di vita. Credo si debba andare verso una dimensione ridotta, ritornare nelle comunità del territorio, nelle parrocchie, nelle case famiglia”.
 

Francesco testimonia anche una vicinanza fisica che mette in discussione i criteri tradizionali con cui viene guardato il corpo di una persona fragile…

“È una grande fortuna che il Papa abbia messo al centro della sua agenda il mondo della disabilità. Probabilmente si è reso conto che in Italia questo tema è ancora tabù. Ma il Santo Padre supera di slancio tutte le barriere mentali, psicologiche e culturali manifestando l’accettazione di un corpo troppo spesso visto soltanto come qualcosa da curare. È un messaggio reciproco: vale per chi si avvicina ad una persona che vive su di sé una malattia ‘poco estetica’ e vale per quella persona che improvvisamente non si sente più esclusa”.
 

Quello del Papa è anche un avvertimento a scuotersi da certi torpori?

“Il messaggio del Papa, nella sua dolcezza, è un richiamo duro che sfida la comunità cattolica e non solo. In un certo senso sta a significare: traduciamo le buone intenzioni in attività e servizi. Questo vale dal sindaco al governatore di Regione fino alle associazioni di volontariato, in cui non sempre la persona è messa al centro”.


Chi sono i “poveri di salute” di cui parla Francesco?

“Non si tratta soltanto di mancanza di salute. Chi è povero di salute spesso fa molta più fatica a vivere pienamente la propria esistenza e diventa anche più povero economicamente. La povertà di tante famiglie in cui ci sono persone con disabilità è indotta dalla situazione: ad esempio, avere una badante in casa ha un costo elevato ma se non ce l’hai vivi peggio. È un Papa che sta scuotendo non soltanto le coscienze ma anche le abitudini”.

© www.agensir.it - 12 novembre 2013