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La soddisfazione dell'episcopato europeo
"Una decisione sensata e un segnale positivo":  così il segretario generale della Commissione degli episcopati della Comunità europea (Comece), Piotr Mazurkiewicz, valuta la decisione della Grande Camera di ricorso dell'Ufficio europeo brevetti (Epo), di non brevettabilità delle cellule staminali embrionali umane. "La brevettabilità delle cellule staminali embrionali umane - afferma - va contro il diritto europeo dei brevetti. Questa conferma da parte dell'Epo è un segnale importante a favore della protezione degli embrioni umani".
"Le colture di cellule staminali umane che non possono essere ottenute se non distruggendo embrioni umani - si legge in una nota della Comece -, non sono brevettabili in virtù del diritto europeo dei brevetti. È la constatazione della Grande Camera di ricorso nella sua decisione del 25 novembre che mette fine in ultima istanza al ricorso riguardante la domanda di brevetto "Warf/Thomson", basata su un metodo per ottenere colture di staminali da primati, inclusi gli umani". La domanda di brevetto di cellule staminali embrionali umane e dunque l'utilizzazione degli embrioni umani a scopi commerciali, prosegue la nota, "aveva suscitato critiche da più parti". Di qui il richiamo alla lettera Amicus Curiae inviata nel 2006 dal presidente Comece, monsignor Adrianus van Luyn, e dall'allora segretario generale Noël Treanor alla Camera di ricorso, esponendo obiezioni giuridiche ed etiche alla concessione del brevetto e sottolineando la "particolare responsabilità sociale" dell'Epo nel trattare "domande che toccano l'inviolabilità della vita umana e la sua dignità". Per la Comece in questi casi "non si può ignorare la dimensione etica delle invenzioni" da brevettare. "Esiste uno stretto e indefettibile legame - conclude la nota - tra l'impiego di embrioni umani e la messa a coltura di staminali embrionali umane":  per questo "le due tappe non possono essere separate quando costituiscono oggetti di valutazione nell'ambito di una richiesta di brevetto".

(©L'Osservatore Romano - 29 novembre 2008)