Disperata. Rabbiosa. Terrore e lacrime sulle guance: «Non faccio nascere un bambino senza padre, è un bastardo».
Don Oreste le poggiò la mano, delicatamente, sulla pancia: «Ma io faccio il nonno». Meno di 10 mesi più tardi Joyce non l’ha dimenticato. Tiene in braccio Kevin, lo bacia. L’ha battezzato la notte di Pasqua. «Voglio ringraziare il Signore per mio figlio e voglio ringraziare don Oreste per l’aiuto che mi ha dato ad accettare questo bambino - ha detto quella sera . Prego perché lui lo protegga dal Cielo e continui a fare il nonno come aveva promesso». Joyce e Kevin sono nomi di fantasia, non cambiano nulla. Lei ha 23 anni, è nigeriana. Lui ha 2 mesi, tanti capelli nerissimi e crespi, faccetta sveglia. Vivono in una delle case famiglia dell’Associazione Papa Giovanni XXIII (alle porte di un piccolo paese del nord Italia) e qui dentro per coccolare il piccolo fanno la fila.
Joyce non lo voleva. Rimase incinta ad aprile, se ne accorse a maggio. Era arrivata in Italia con la promessa di un bel lavoro che le permettesse di sfuggire alla miseria del suo Paese e aiutare la sua famiglia laggiù. Invece lavoro non ne aveva. Non aveva permesso di soggiorno. 'Non aveva' il padre di suo figlio, un ragazzo che l’aveva aiutata a scappare dalla sua sfruttatrice disumana (prima che questa fosse riuscita a buttarla sul marciapiede), ospitata un paio di giorni in casa, portata a letto e poi le aveva spiegato che non sarebbe potuta rimanere. Così Joyce era dovuta scappare in un’altra città, dove aveva incontrato la responsabile di un’altra casa famiglia, sempre della Associazione, che l’aveva accolta. Lì si rese conto della sua gravidanza. Quella responsabile, una brava donna, tentò di convincerla, Joyce andò in ospedale e fissò l’appuntamento per l’aborto. Don Oreste le telefonò il pomeriggio di due giorni prima, provò anche lui in ogni modo a dissuaderla con tenerezza, Joyce gli rispose che ormai la sua decisione l’aveva presa. Lui la chiamò ancora la mattina e ancora il pomeriggio seguenti, lei chiuse l’ultima telefonata dicendogli «domani alle 8 andrò all’ospedale». Alle 7, la mattina dell’appuntamento, bussarono alla porta della casa famiglia e neppure la responsabile aveva idea di chi potesse essere.
Don Oreste s’era messo in macchina alle cinque ed era andato da Joyce. Le avrebbe parlato. Poi, certo, sarebbe stata libera di fare quanto avrebbe voluto. Eppure quel vecchio malandato prete non poteva prima non raccontarle dell’aiuto che avrebbe voluto donarle e dell’amore e di Dio, e neppure non chiederle di tenere il bambino o almeno di lasciarlo nascere e darlo in adozione. Spiegandole quanto sarebbe stato felice d’essere il nonno di quel piccolo 'senza padre'. Fu una frase a scivolarle fino al fondo dell’anima: «Ti prego, non infierire su questo bambino». E i suoi occhi luccicano mentre la ricorda due, tre volte. Girandosi verso Kevin.
Fonte - Avvenire -
Quel giorno dovevo abortire, ma lui bussò...
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