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Il ginecologo Antonio Lanzone: donne ancora più sole di quanto non avvenga nell'aborto. «Non ha funzionato la parte educativa e preventiva della legge 194»
di Federica Cifelli
Via libera anche in Italia alla pillola abortiva Ru486. Lunedì scorso (19 ottobre 2009) l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha approvato la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale dell’autorizzazione all’immissione in commercio del farmaco Mifegyne (Mifepristone), della ditta Exelgyne: la pillola abortiva, appunto. La pubblicazione dovrebbe avvenire entro un mese. Da quel momento, il farmaco dovrebbe essere disponibile per uso ospedaliero: alle singole Regioni il compito di stabilire protocolli applicativi e tipo di ricovero. La legge italiana in materia di aborto, infatti, la 194, prevede che l’interruzione volontaria della gravidanza avvenga all’interno di strutture ospedaliere. Di qui la disposizione dell’Aifa, che prevede il ricovero dall’inizio alla conclusione del trattamento abortivo. E di qui anche i primi nodi critici che «rischiano di mettere in crisi il sistema sanitario», osserva il ginecologo Antonio Lanzone, direttore dell’Unità operativa di ginecologia disfunzionale del Policlinico Gemelli di Roma.

La Ru486 infatti è solo l’inizio del percorso: assunta entro 49 giorni dalla fecondazione dell’ovulo, blocca l’ormone protettivo della gravidanza, favorendo il distacco dell’endometrio e quindi dell’embrione. I protocolli per l’utilizzo prevedono quindi la somministrazione congiunta entro le 48 ore successive di una prostaglandina, che provoca le contrazioni necessarie a favorire l’eliminazione dell’embrione. Tutto questo, afferma Lanzone, «implicherebbe una permanenza in ospedale di diversi giorni, dato che l’efficacia del trattamento ai fini dell’espulsione dell’embrione è del 90-92%. Significa che otto donne su cento devono ricorrere comunque a un intervento chirurgico». Non solo: anche quando il trattamento risulti efficace, «in alcune donne richiede più tempo: sono circa 35 casi su 100 quelli che non si risolvono nei 2 giorni canonici. Ed è evidente che negli ospedali italiani non c’è grande disponibilità di posti».

Il primo nodo dunque è la possibilità della donna di rimanere ricoverata fino alla fine del processo. Il secondo, continua Lanzone, è «la solitudine». Citando i «test di soddisfazione» del farmaco il professore rileva come nel 50% dei casi quante hanno fatto ricorso a un aborto farmacologico non lo sceglierebbero una seconda volta. «Quelle 70 donne su cento che in una seconda interruzione di gravidanza preferirebbero comunque un ricovero esprimono un forte desiderio che qualcuno si occupi di loro. Che non venga meno quel principio di socialità che dovrebbe essere l’anima di ogni dispositivo pubblico». Dovrebbe, perché invece la via farmacologica all’aborto restituisce nelle mani della donna la responsabilità di gestione del processo: è lei ad assumere i due farmaci. Ed è lei a espellere, in maniera cosciente, l’embrione, senza potersi avvalere di quell’aspetto socializzante garantito dalla procedura in ospedale. «È probabile che i ricoveri verranno gestiti in regime di day hospital - afferma infatti il professore del Gemelli -: è difficile riuscire a trovare spazi per degenze prolungate». E per quante si ritrovano sole - «ancora più sole di quanto non avvenga normalmente nell’aborto» - ad attendere che il farmaco faccia effetto, «i livelli di ansia crescono in maniera significativa».

Cita di nuovo i test di soddisfazione, il ginecologo, per raccontare gli alti tassi di percezione del dolore, l’attesa prolungata, lo stress. E il rischio di dover ricorrere a un secondo intervento, che è 4 volte superiore rispetto all’aborto chirurgico. A questo poi va aggiunto un tasso di mortalità di 10 volte superiore, «a motivo di un’infezione registrata a diverse latitudini che sembra tipica delle donne in questa condizione». E in 29 finora ne sono morte. Su questo e su molto altro è al lavoro la Commissione sanità del Senato, impegnata in un’inchiesta parlamentare che si concluderà entro il 19 novembre, prima della distribuzione, ha garantito il ministro del lavoro e della salute Maurizio Sacconi. In realtà, sottolinea Lanzone, occorrerebbe avere il coraggio di chiarire un grande equivoco: «Non è vero che gli aborti sono diminuiti. È semplicemente diminuito il numero delle nascite, e di conseguenza anche quello delle interruzioni di gravidanza, ma il rapporto percentuale di interruzioni è in crescita. Non ha funzionato la parte educativa e preventiva della 194». E i dati dimostrano che non aiuta «una percezione banalizzata dell’aborto, dato quasi come homeself». Tanto che dove la Ru486 è stata già testata, le richieste sono aumentate.

© Roma Sette - 26 ottobre 2009