Home

Liturgia

Formazione

Rassegna stampa

Search

Risorse

Sostienici

Rassegna stampa etica
calo-demograficodi CARLO BELLIENI

Compie ottant’anni — all’anagrafe il 17 agosto, ma in realtà è nato il 17 luglio — Joaquín Lavado, disegnato-re argentino, meglio conosciuto co-me Quino, e ancor più noto come l’inventore della striscia comica in-centrata sul personaggio della bam-bina terribile Mafalda e dei suoi piccoli amici. Quino non ha figli, ma il modo in cui tratta l’universo dei bambini mostra una paternità profonda e gratuita. Le sue strip so-no dei piccoli apologhi per mostrare i disastri del mondo degli adulti, ma con che delicatezza verso il mondo dell’infanzia!
E con che acutezza. Basti pensare alla breve storia in cui Mafalda va sconsolata dai suoi ami-ci di gioco e con faccia mesta con-clude così i suoi pensieri: «Triste scoperta, ragazzi: siamo facoltati-vi!»: quale miglior definizione del moderno stravolgimento di rapporti, per il quale il figlio è diventato “una scelta” o “un diritto”? A differenza degli statunitensi cartoons Peanuts — Charlie Brown, Linus e amici — i fumetti di Mafal-da non sono ripiegati su se stessi, sono aperti al mondo con i suoi problemi sociali, di crisi atomiche e sociali; infatti, a differenza dei Pea-nuts vi compaiono le figure degli adulti. Quino ha avuto la semplicità di mantenere la sua strip in un tem-po limitato, nel decennio 1963-1973: quando ha sentito che aveva esauri-to quello che aveva da dire con Ma-falda, semplicemente ha cambiato genere, senza prolungarne forzata-mente la pur fortunata serie. Ma quanta saggezza sul mondo infantile sussiste in questo fumetto, tanto che alcune strips possono es-sere usate come un manuale di vita. Come quando la maestra domanda di declinare i verbi e alla domanda di dire il futuro di «Amare», la pic-cola Susanita risponde: «Bambini!»; o quando Mafalda, sentendo dalla mamma che lei è nata dopo tanti anni di matrimonio, grida: «E chi diavolo vi ha detto che io potevo aspettare!?»; o, infine, come quando Miguelito — altro componente della gang — si lamenta delle raccomanda-zioni dei genitori: «Non correre con le scarpe nuove, non saltare sul diva-no, non strisciare per terra!» e con-clude: «A cosa serve essere bambini, se non ti lasciano esercitare!!?». Ma Mafalda è anche una conte-statrice sociale, e lo fa con una deli-catezza ma anche una capacità di graffiare stupefacenti. Rivendica il ruolo della donna nella società; si ribella alle imposizioni sociali — simboleggiate nel cartoon dall’ob-bligo di mangiare la minestra — o all’ingerenza del mercato e delle multinazionali, così come alla super-ficialità e alla tentazione delle ar-rampicate sociali. Quello che davvero colpisce è la delicatezza: non si tratta di adulti in miniatura, ma di bambini reali, che fanno i giochi dei bambini, che liti-gano, che prendono scapaccioni dai genitori; e che hanno un babbo e una mamma che spesso vivono le tensioni del loro ruolo, come quan-do babbo e mamma di Mafalda si guardano terrorizzati perché la loro bambina «Già va a scuola!»; o la piccola storia in cui Mafalda dà un bacio al babbo che si fa la barba e lui si arresta dal radersi… e va ad affrontare lo stress del lavoro con la barba rasa tranne che nel punto del bacio. Quello che davvero ci colpisce è il dipinto di una Buenos Aires idea-lizzata, in cui le cose con le loro fa-tiche, ingiustizie, brutture, trovano un ambito che sa accoglierle; non le risolve, ma dà loro una compagnia, non le lascia sole. Proprio il contra-rio della cultura occidentale di oggi, in cui il sommo ideale è il decidere in solitudine, in cui i figli sono tutto tranne che un evento gratuito. Merita per un adulto rileggere Mafalda. Se ne trae del buono an-che per i giorni d’oggi. Basta un’ul-tima strip: quando Mafalda toglie dal muro il calendario dell’anno vecchio e lo sostituisce con quello nuovo e dice a quest’ultimo: «Co-raggio, che il tuo collega è finito co-sì perché ne ha passate tante, ma vedrai che a te andrà meglio». E ag-giunge senza ironia: «Pregare sei capace, o no?».

© Osservatore Romano - 13-14 agosto 2012