Fonte: da un post di Roberto D'Amico - Facebook
Per anni, nella sinistra radicale di cui facevo parte con convinzione, circolava uno slogan molto chiaro: “dare voce agli oppressi”.
L’idea, almeno nelle intenzioni, era nobile: fare spazio a chi non ha potere, amplificare voci marginalizzate, usare il proprio privilegio per portare l’attenzione sulle ingiustizie. Per molto tempo ho creduto che quella fosse la parte giusta della storia.
Poi, come in quei film in cui a metà trama tutto si ribalta, ho iniziato a rendermi conto che qualcosa non tornava. Che spesso, dietro quel linguaggio, non c’era più attenzione agli individui reali, ma fedeltà a un mondo astratto.
L’estrema destra folkloristica, quella delle adunate e delle nostalgie, esiste ancora, certo. Ma è numericamente marginale e politicamente irrilevante. Oggi però esiste una parte della destra non nostalgica che mostra una solidarietà concreta verso popoli oppressi: lo ha fatto con le donne israeliane e con le ebree dopo il 7 ottobre, lo fa con il Sudan dimenticato, con le afghane cancellate dalla vita pubblica, e oggi con le iraniane e gli iraniani che rischiano tutto per la libertà.
La sinistra, invece, no.
Non perché non veda queste oppressioni, ma perché le seleziona. La sua solidarietà non va ai popoli, va alle cause che servono a delegittimare l’Occidente. Hamas diventa così intoccabile non per ciò che è, ma per ciò che rappresenta, per il risultato che permette di ottenere. Gli iraniani che scendono in piazza, invece, diventano un problema, perché mettono in crisi una narrazione utile alla “Causa”
Il punto è questo: non contano le persone, contano i concetti. Patriarcato, Capitalismo, Imperialismo diventano categorie totali, davanti alle quali la vita concreta vale sempre meno. Se una donna iraniana viene repressa dal regime, non importa. Se una donna israeliana viene stuprata, il suo dolore scompare. Se un ucraino muore sotto le bombe, “se l’è cercata”.
Max Stirner, ne L’unico e la sua proprietà, parlava di uomini “posseduti” dalle idee: individui che smettono di essere tali perché sacrificano tutto a un principio astratto. È difficile non vedere qualcosa di simile nella sinistra attuale. Non c’è più l’individuo, c’è la causa. E alla causa tutto può essere offerto: iraniani, israeliani, ucraini, russi, gazawi. Persino se stessi.
È un pensiero che si presenta come umanitario, ma che è profondamente disumanizzante. Non libera, ma usa. Non ascolta, ma strumentalizza. Non dà voce agli oppressi: li incastra dentro uno schema che serve a sentirsi dalla parte giusta della storia.
Ed è questo, più di ogni altra cosa, che mi fa orrore.