Rassegna stampa Speciali
don puglisiScriveva Sciascia, nell’ormai lontano 1982, che ricercare la verità, soprattutto in una terra infangata dalla mafia, è operazione pericolosa perché espone il soggetto all’accusa di «alleanza oggettiva» col nemico. Ma, aggiungeva, «la verità piccola o grande che sia non stabilisce “alleanze oggettive”, con ciò di cui non si vuole essere alleati e fa soltanto il gioco della verità». Queste indicazioni dello scrittore di Racalmuto possono costituire una bussola per chi oggi desidera informare senza soggiacere alla tirannia del politicamente corretto.
Raccontare la mafia e le iniziative che l’hanno a vario titolo contrastata pone, infatti, l’esigenza di superare i luoghi comuni e la necessità di scandagliare i fenomeni sociali per capire cosa alimenta la crescita della piovra e cosa, invece, realmente costruisce condizioni di sviluppo e solidarietà. La mafia non è una realtà omogenea. Anche l’antimafia è una realtà composita. E al suo interno si trovano certamente generosi difensori della legalità, ma vi si possono infiltrare “demoni dal volto d’angelo” e poco raccomandabili “professionisti dell’antimafia”. Negli ultimi anni le cronache ci hanno fornito molto materiale su alti responsabili di associazioni antiracket che percepivano il pizzo, su esponenti di primo piano di Confindustria siciliana, già portabandiera della lotta per la legalità, accusati di collusione con le cosche o di corruzione e su alti magistrati impegnati nella gestione dei beni sottratti a Cosa Nostra sospesi dal servizio perché abusavano delle funzioni che esercitavano «a profitto proprio e della propria famiglia». Riconoscere la dignità delle persone e offrire educazione è il miglior antidoto alla delinquenza; se non lo si comprende, non resta che la repressione, ma allora la stessa repressione finisce per risultare inefficace. Senza confidare sull’esistenza di corpi intermedi impastati di una sana cultura solidaristica arriveremmo facilmente alla conclusione che la mafia, ancor oggi ben radicata in Sicilia nonostante le molte vittorie delle forze dell’ordine e della magistratura, abbia l’ultima parola. Come scriveva Calvino e come amava ripetere don Pino Puglisi, se si vuole veramente voltare pagina bisogna partire da «ciò che inferno non è». Nel romanzo di Alessandro D’Avenia che reca quel titolo leggiamo: «Il centro Padre Nostro non basta per i ragazzi e i bambini del quartiere. Lì possono giocare, studiare, stare insieme, ma non è paragonabile con il lavoro che si fa in una scuola. È necessario che al mattino i ragazzi vadano a scuola e al pomeriggio al centro. Solo così si può sottrarli alla strada e alle sue regole. Solo toccando un pezzetto di bellezza possono desiderarla, L’inferno è il posto in cui lo spazio per i desideri è già tutto occupato. Allora si fa quello che viene ordinato a testa bassa». C’era un parroco a Palermo che sottraeva i ragazzi del suo quartiere degradato alla «strada e alle sue regole». E, in questo modo, li sottraeva a Cosa Nostra. (giuseppe di fazio)

© Osservatore Romano - 16 luglio 2016